Il figlio di Johnny Cash: «Era lo Steinbeck del folk»

Mentre sta per uscire il film sul cantautore americano, parla John Carter Cash: «Lui mi ha insegnato a non indietreggiare mai»

Antonio Lodetti

da Milano

Nel 1956 I Walk the Line è il primo successo di Johnny Cash a conquistare le classifiche americane. Mezzo secolo dopo è invece il titolo del film biografico su Cash (supercandidato all’Oscar e da venerdì nelle sale italiane) nel frattempo diventato una leggenda. L’uomo in nero, dal titolo di un suo polemico successo, quello che prende a picconate la tradizione facendosi amare dai tradizionalisti, quello che canta per gli oppressi (Folsom Prison Blues) per i carcerati di San Quintino (San Quentin), che descrive con brutale realismo gli ultimi secondi di un condannato a morte (35 Minutes To Go) ma che interpreta anche splendide ballate d’amore come Ring of Fire, quello che ha conquistato Grammy a palate anche nel nuovo millennio. «È una voce che canta per santi e peccatori», lo ha definito Tom Waits. Ma chi è veramente Johnny Cash? Lo abbiamo chiesto al suo unico figlio maschio, John Carter Cash, produttore esecutivo del film, musicista e cantautore. «Mio padre è lo Steinbeck della musica folk. Le sue canzoni sono pagine di un libro che racconta la vita di tanti perdenti presi a calci dalla vita e dal sogno americano, cose scritte con l’anima».
A noi piace immaginarlo come una specie di Robin Hood.
«Era un uomo dalle mille sfaccettature; si batteva contro le regole e le convenzioni ma amava prima di tutto Dio, la famiglia e l’America, quella vera, fatta di sogni, sudore e lacrime».
Qual è il segreto del mito Johnny Cash?
«I testi delle sue canzoni parlano al cuore della gente. Ha preso le difese dei pellerossa, dei fuorilegge romantici, dei carcerati, dei poveri di ogni colore; e poi ha inventato un nuovo sound fondendo country e rockabilly».
È soddisfatto del film?
«Certo, in due ore non si può condensare una vita così intensa. Ci siamo concentrati sulla sua giovinezza, sul Johnny Cash giovane di belle speranze, senza dimenticare i suoi drammi con la droga. Non si parla del declino e della malattia, ma non per ipocrisia. Abbiamo esaltato la sua figura di giovane cantante».
Avrebbe dovuto recitare anche lei nel film: come mai ha cambiato idea?
«Dovevo interpretare Bob Neal, il primo dj a trasmettere i dischi di papà ma ero troppo emozionato, ho preferito rimanere dietro le quinte».
Cosa le ha insegnato suo padre?
«A credere in me stesso e a non indietreggiare di un millimetro per difendere i miei princìpi. Dalle sue grandi canzoni come Man In Black, Cry Cry Cry fino alla recente Hurt ho appreso il linguaggio della verità e della semplicità».
Ci racconti qualche aneddoto su Johnny Cash?
«In America non poteva muoversi senza essere assalito dai fan; così amava viaggiare in luoghi dove poteva andare in giro senza essere disturbato. Nel ’79 siamo stati in Italia: Milano, Roma, Venezia, posti bellissimi, purtroppo visti per pochi giorni».
Anche lei è un cantautore?
«Il mio primo album è Bitter Harvest. Nel nuovo quadruplo cofanetto di mio padre, Legend, duetto con lui nell’inedita It Takes One To Me. Poi ho coordinato The Unbroken Circle: The Musical Heritage of Carter Family, dove con WIllie Nelson, George Jones, Emmylou Harris e tante altre star faccio rivivere le canzoni di mia nonna, Mother Maybelle Carter, capostipite della tradizione country».
Sua madre June Carter, grande cantante, viene da quella famiglia?
«Sì, e infatti sto scrivendo la sua autobiografia, che è anche la vera storia dello sviluppo della country music. Uscirà l’anno prossimo».
Usciranno ancora dischi di suo padre?
«Uno solo, The Last Recording, l’ultimo con brani inediti. Poi non pubblicheremo più niente».