Il figlio del minatore re delle triplette per la Spagna vale oro

Tutti in famiglia hanno passato la vita sotto terra. Lui ha scelto il pallone e spaventa l'Italia

Vienna - Buffon avrà tenuto la foto ricordo. Quella rete era una perla. Una sorta di «non ti scordar di me» da mettere in cineteca. David Villa è stella e stellone della Spagna, l’ultimo bandolero spagnolo che ha infilato il nostro portiere: fu un tiro al volo. Revival di qualche mese fa, fine di marzo. La Spagna vinse 1-0, appunto. Nella Spagna dei tre tenori (Villa-Silva-Torres) David è l’uomo degli acuti, il gol è la sua stella: travolge la Russia, disillude la Svezia con il golletto finale. Sorta di terremoto calcistico, figlio di un minatore che gli ha imposto di non gettare mai la spugna. «Ogni giorno, per 27 anni, sono sceso ai 900 metri di profondità del Pozo Mosquitera: ho spalato carbone. Vuoi farlo anche tu?», gli diceva Mel, che ora sta appresso al figlio, tifoso con gli occhi di padre. David ha sempre escluso l’ipotesi. «Non mi è mai passato per la testa». In testa aveva solo il pallone, anche se fino allora, nonni, zii e papà avevano passato una vita sottoterra. Lui è sempre stato «el guaje», il moccioso della miniera.

C’è un po’ di leggenda nella sua storia di ragazzo ventiseienne, che i tecnici delle squadre giovanili dell’Oviedo scartarono, aveva dieci anni, perché ritenuto troppo piccolo. Oggi è alto un metro e 75. Secondo il club non fu proprio così: mancavano i danari per convincere il bus di servizio a deviare verso Langreo. Langreo sta nelle Asturie e dista 10 km da Tuillia, il pueblo dove David è nato: così piccolo che le strade non hanno nome e il postino, che passa una volta alla settimana, recapita la corrispondenza conoscendo i nomi.

Quando segna, Villa pensa a tutti i suoi amici laggiù. «In quella terra mi sento felice». Nelle scarpe da gioco, meglio, da gol, tiene le cose che gli stanno a cuore. Scarpe rosse, come il fuoco che ha dentro. Nella linguetta della sinistra è disegnata la bandiera spagnola, nella destra quella del principato delle Asturie. In tutte tien scritto un nome: Zaida, la figlia avuta da Patricia, sposa conosciuta a scuola quando David sognava solo pallone e il suo eroe era Luis Enrique.
Contro la Russia, il nostro pensa di aver giocato la miglior partita della carriera. Papà non è d’accordo, ha visto di meglio. «Da piccolo era rapidissimo, non lo pigliava nessuno», ha raccontato. «Poi ha perso un po’ di velocità, ma ha guadagnato in tecnica». Nello Sporting Gijon, prima squadra professionale, sembrava un Diavolo. Ha feeling particolare con le triplette: in Spagna è diventato recordman per i tre gol più veloci, tutto in tre minuti contro il Levante. In Italia ha fatto sbiancare gli interisti: una punizione a San Siro, in Champions, fu il primo segnale della notte buia e di un pari che avrebbe poi condannato la squadra e lanciato il Valencia. Il Valencia lo pagò 12 milioni di euro, già una cifrona. Oggi ne vale 40 ed anche l’Inter ci ha provato.

L’altra notte Villa voleva il pallone della tripletta. L’arbitro gli ha detto: «È proibito». Proibito a chi? Non ci ha creduto ed oggi il pallone è nel suo armadio. È la stella di David, anzi la regola: per un figlio di minatore, nulla è impossibile.