Il figlio di Moratti licenziato fa sciopero

«Come genitore? Beh, non dico niente. Ma come politico sì. È un errore “esternalizzare” certe prestazioni. In musei e teatri, che sono la spina dorsale della cultura, ci deve essere personale formato internamente». Milly Moratti, consigliere comunale di centrosinistra e moglie del petroliere-patron dell’Inter Massimo, al telefono risponde con garbo, ma dalla voce si capisce che in famiglia c’è stato «trambusto». Il fatto è questo: insieme ad altri 46 lavoratori hanno licenziato il secondogenito Giovanni, detto Gigio, dal suo lavoro di maschera al Piccolo, che ha appaltato il servizio del personale in sala alla società Fema (il teatro ieri ha ribadito di non «voler lasciare a casa nessuno»). E lui, 24 anni, universitario, proprio non ci sta: «Parteciperò allo sciopero, anche per i miei colleghi!», ha fatto sapere in un’intervista. E ora nessuno dica, ridendo sotto i baffi, che il giovane Siddharta è rimasto a piedi... «Questa non è la favola del sindacalista-milionario. Io sono un caso particolare e la disoccupazione non mi spaventa. Lavoro perché mi piace e perché mi dà soddisfazione avere la mia autonomia». Gigio ha fegato, è prudente ma è sempre andato per la sua strada. Pure in altre epoche infatti ha cercato di separare le questioni di principio e personali da quelle di parentela, che nel suo caso si chiamano Letizia Moratti. E il sindaco, dopo l’allontanamento di Vittorio Sgarbi (a un concerto autore di una prima denuncia pubblica sul caso) ha avocato a sé la delega dell’assessorato alla Cultura. Ma già quando zia Letizia era al ministero dell’Istruzione e lui al liceo, il rampollo non la pensava proprio come lei e si comportò di conseguenza, con qualche piccola cautela. Su un blog di Internet, in un messaggio titolato alla Gaber «Che cos’è la destra? Che cos’è la sinistra?», uno studente del Parini ricorda: «Il morattino ci tiene a precisare che “contesta la riforma, non la zia”. Tanto è vero che ha deciso di far cambiare slogan ai compagni. Non più “Demorattiziamo la scuola” ma protestiamo contro la “riforma Brichetto”».