Il figlio onesto (e «ciucco») di Bonanini

Affari pubblici e affari di famiglia nell’inchiesta scandalo nelle Cinque Terre. Nelle 900 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il vertice del Parco Nazionale delle Cinque Terre e il sindaco di Riomaggiore, non si parla infatti solo di atti falsi, di trucchi per distrarre i soldi delle opere pubbliche, di pressioni verso l’opposizione e di dossier contro gli inquirenti, ma c’è anche la storia di un padre che si preoccupa del lavoro dei figli, del loro futuro, garantendogli spazi e strutture, spesso però pagate con i soldi della comunità.
La storia è quella di Heydi Samuele Bonanini, figlio 32enne di Franco, l’ormai ex presidente del Parco Nazionale delle Cinque Terre. Il giovane viticoltore, ha un’azienda, una cantina, nella zona di Riomaggiore, entra più volte nei verbali dell’inchiesta, ma non viene mai indagato. Non è invece il caso della madre, Gasparini Concetta, che invece è chiamata in causa dai magistrati per una serie di abusi in relazione ai lavori in una cantina di sua proprietà in cui dovrebbe sorgere un negozio. Lui con quegli intrallazzi per i giudici non ha nulla a che spartire, tenuto all’oscuro di tutto anche quando gli ristrutturano l’azienda con soldi non suoi. Non si fidano di lui, non gli dicono che i soldi che servono per i lavori, come spiegano i Pm Tiziana Lottini e Luca Monteverde, arrivano dai fondi del Parco. Per la «cricca» è meglio tenerlo fuori, anzi qualcuno perde le staffe quando il giovane imprenditore si attiva per eseguire i pagamenti dei lavori edilizi. È il caso di Graziano Tarabugi, il funzionario dell’ufficio tecnico comunale. Per lui il figlio di Bonanini è «uno scemo», lo riportano testualmente più volte le intercettazioni. Tarabugi, l’uomo che organizza un pestaggio nei confronti di un ragazzo colpevole di aver scritto dei commenti poco graditi su di un blog, perde le staffe anche quando Bonanini junior si reca dal costruttore Costa per sapere quanto deve pagare per i lavori fatti nella sia azienda. Heydi ignora che sia tutto stato già pagato con i soldi del Parco e va a chiedere il conto. Un atteggiamenti normale, onesto, forse per questo qualcuno lo considera «scemo». Tarabugi, risentito, chiede conferma a Costa dell’episodio e poi commenta il fatto dicendo che Heydi avrebbe ficcato il naso in affari che non lo riguardano. Ha persino il coraggio di affrontare il padre, Franco, protestando vivacemente, alzando la voce, sino a quando il «faraone» imposta un'improbabile difesa del figlio assumendosi la colpa di quell'errore. In quelle intercettazioni gli inquirenti hanno ascoltato di tutto: «... lui non deve sapere se disgraziatamente viene a sapere - dice Tarabugi intercettato dalla Polizia - ...le altre sono peggio di quelle lì... Questo qui non deve sapere assolutamente niente». Lo stesso capita quando esce a Riomaggiore un manifesto che accusa l’ufficio tecnico comunale di irregolarità. Tarabugi è su tutte le furie nei confronti del primogenito del capo: «Il figlio è già lì sul posto con delle persone - prosegue Tarabugi -... a dire che lì ci apre un punto vendita suo...». Un giudizio condiviso da altri indagati, come dice Maria Zenobi, consulente legale del parco: «... allora è ciucco il suo figliolo».
Heydi si trova gli operai in cantina, anzi chiama lui la ditta a fare i lavori e, per caso, chiama sempre la ditta Costa. Anche questo fa perdere le staffe ai tecnici della «cricca» che temono la troppa visibilità dell'azienda edile nel territorio del Parco, ormai una sorta di monopolio.
Heydi difende il padre su facebook e fa il pieno di messaggio di solidarietà indirizzati all'ex presidente del Parco. Lui, il ragazzo che il padre considera un gran lavoratore, resta uno spettatore passivo della malagestione del Parco Nazionale e del Comune. Ignaro di tutto, forse perché onesto, forse perché lontano da quel modo di pensare affaristico e dispotico con cui veniva amministrata la cosa pubblica. E a garantire il suo lavoro di bravo viticoltore ci pensano, a sua insaputa, le attenzioni di papà Franco.