Il figlio svela i segreti di Sharon E la biografia diventa un caso

Chi parlava più di Ariel Sharon, l’ex generale, l’ex primo ministro israeliano abbattuto da un ictus il 4 gennaio di 5 anni fa? Ma è ancora vivo? ci si domandava ogni tanto per poi controllare i vuoti di memoria negli immensi armadi di Wikipedia. Be’, il vecchio combattente, 83 anni, la bestia nera di Yasser Arafat e di tutte le fazioni armate palestinesi nate con L’Olp o dopo l’Olp, è ancora vivo. Anche se ridotto a una vita vegetativa.
A riportare il suo nome e la sua figura di leader alla ribalta ha pensato uno dei suoi figli, Gilad, che sul padre ha scritto (o meglio: ha completato) un libro-biografia («Sharon, la vita di un leader») che fa discutere ancor prima di sbarcare in libreria. Un libro boomerang, in qualche modo, giacché potrebbe finire per rendere un cattivo servizio al padre, attirandogli nuovamente le ire dei coloni. Racconta Gilad Sharon di aver confrontato i fatti e le indiscrezioni in cui si è imbattuto attingendo direttamente alla fonte. Ovvero intervistando i maggiori leader politici coi quali il padre ebbe a che fare, a partire dall’ex presidente degli Stati Uniti George Bush fino a Tony Blair, ex primo ministro britannico. Fra questi c’è anche lo stenogramma di un incontro segreto, collocabile intorno all’anno Duemila, fra Shimon Peres, allora ministro degli Esteri israeliano e Abu Mazen, che sarebbe diventato presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese pochissimi giorni dopo l’ictus del suo acerrimo nemico Sharon. «Se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto» confidò allora Abu Mazen a Peres. Quanto alla stima che Abu Mazen aveva del vecchio leader dell’Olp, Yasser Arafat, essa è testimoniata da una frase, attribuita all’attuale presidente dell’Anp secondo il quale «Arafat non è una persona realistica».
Stando alla ricostruzione di Gilad, Peres informò Sharon di aver discusso con Abu Mazen della estromissione politica di Arafat. Ma è sulla decisione di Sharon di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla striscia di Gaza, nell’estate del 2005,che più sono destinate a rinfocolarsi le polemiche in Israele. Gilad Sharon afferma di essere stato lui stesso, già nell’ottobre 2003, a convincere il padre che non poteva esserci un futuro di pace e di stabilità per gli ottomila coloni circondati nella Striscia di Gaza da un milione e mezzo di palestinesi ostili. Di qui l’accusa, rivolta da un giornale della destra estrema a Sharon di essere stato «un populista flaccido» e non «uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi».
Quanto all’attuale primo ministro Netanyahu, ce n’è anche per lui: «Eri e sei rimasto un bugiardo», disse Sharon, furibondo per non essere stato nominato ministro delle Finanze - era il 1997 - in quello che Gilad definisce l’incontro privato più breve della storia di un premier israeliano. Un capitolo del libro fa anche riferimento alle stragi compiute dai falangisti libanesi (1982) nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila in una Beirut allora presidiata in forze dall’esercito israeliano al comando di Sharon. Secondo Gilad, suo padre si oppose alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi (che lo avrebbe messo sotto inchiesta) accusando l’allora premier Menachem Begin di «aver consegnato un ebreo» ai suoi nemici.