Figlio di un terrorista di Prima Linea vuole riportare la guerriglia a Milano

Valerio Ferrandi fermato con quattro borsoni pieni di spranghe e
martelli: si preparava al corteo dei centri sociali. Suo padre nel ’77
uccise un agente

Milano - Il nome è di quelli pesanti. Rimanda al ’77 quando Mario Ferrandi, 21 anni, impugnò una pistola e sparò verso la polizia e il vicebrigadiere Antonino Custra cadde a terra colpito alla fronte. Sabato pomeriggio Valerio, suo figlio, 24 anni, è stato fermato mentre andava a una manifestazione con spranghe e mazze. Manifestazione tra l’altro conclusa con danneggiamenti, «espropri proletari», provocazioni di ogni tipo nei confronti delle forze dell’ordine.

La storia evidentemente non insegna nulla. Neppure se la si è vissuta in «diretta». Neppure se ancora incombe sulla coscienza del Paese, e di Milano in particolare. Il 12 maggio 1977, durante una manifestazione radicale a Roma la polizia aveva sparato e ucciso la studentessa Giorgiana Masi. Due giorni dopo migliaia di persone scesero in piazza a Milano.

In via De Amicis il corteo incrociò un cordone di polizia e una voce gridò «Romana fuori». Era un giovanissimo studente, Mario Ferrandi, che chiamava a raccolta il servizio d’ordine del collettivo «Romana Vittoria». Con lui Giuseppe Memeo, che avrebbe ucciso con Cesare Battisti il gioielliere Pierluigi Torregiani, e Marco Barbone, killer del giornalista Walter Tobagi. Aprirono il fuoco contro il III Celere, e di quel pomeriggio rimasero la foto di un autonomo che spara ad altezza d’uomo, Memeo, e un’altra con Ferrandi nascosto dietro un’auto. La scarica ferì due agenti e ammazzò Custra, pochi anni più grande del suo assassino.

Fu un tragico salto di qualità. Ferrandi, detto «Coniglio» per i sui dentoni sporgenti, entrò in Prima Linea, fuggì a Londra, venne arrestato, si dissociò, fece qualche anno di galera poi nel ’91 uscì. Nel frattempo si era sposato con Mara Aldovrandi, negli anni ’80 militante dei Reparti comunisti d’attacco con il nome di battaglia «Stefania». E nel 1985 nasce Valerio.

Passa il tempo. Gli anni di piombo sembrano alle spalle. Ferrandi incontra Antonia Custra, figlia della sua vittima, accetta incontri, dibattiti e interviste. Vuole che «simili tragedie non si ripetano». Ma il primo che non gli dà retta è proprio Valerio. Una testa calda. Inizia a frequentare l’ala più dura dei centri sociali, quella anarco-insurrezionalista, contigua ai «black bloc», cioè quei sinistri individui vestiti di nero con il gusto della devastazione.

Da tempo è un «solito noto», colleziona denunce per occupazioni e violenze varie. Insomma si sta facendo conoscere. Frequenta il «Cox 18», sgomberato giovedì con uno strascico di polemiche ben lontano da essere chiuse. Sabato il movimento scende in piazza e Valerio non può mancare. Alla manifestazione arriva con la fidanzata ma anche quattro borse piene di spranghe, chiavi inglesi, sassi, mazze e martelli. Viene bloccato e portato in questura mentre il corteo inizia a muoversi. Incredibilmente pacifico.

In vista del centro, i manifestanti si bloccano. Hanno saputo del fermo e chiedono l’immediata liberazione dei compagni. Richiesta prontamente accolta dalla questura, visto che nemmeno pensava di arrestarlo, ritenendo sufficiente la denuncia per «porto di materiale atto a offendere». Valerio lascia gli uffici della Digos e il clima della manifestazione cambia. Nascono i primi incidenti. Espropri proletari (durante i quali verranno identificati e denunciati altri dieci frequentatori del «Cox») cassonetti ribaltati, macchine prese a calci, vernice contro le banche, vetrine a pezzi, bombe carta e bottiglie contro le forze dell’ordine. Nonostante i tentativi dei capi storici del movimento di tenerli a bada. Frange impazzite e fuori controllo. Come trent’anni fa.