La figuraccia dietro l’angolo

Se venissero forse capirebbero. Ci piacerebbe invitare sindaco, presidenti di Regione e Provincia e, perché no, autorevoli membri del governo a una riunione di redazione. Quelle due ore in cui si decide come fare il Giornale. Si discute, ci si confronta e qualche volta si litiga pure. C’è chi crede più in una notizia, chi invece preferirebbe svilupparne un'altra e chi spiega che una terza è in realtà la più importante di tutte. La crisi in Ossezia, piuttosto che la sfida tra Obama e McCain, il decreto sicurezza o l'assetto della futura Alitalia, il concertone dissacrante di Madonna oppure la Mostra del cinema di Venezia. Il direttore ascolta, lascia che ognuno dica la sua. Certe volte quasi ci azzuffiamo, ma alla fine ci si mette sempre d'accordo. Senza perdere troppo tempo, perché il giorno dopo bisogna essere in edicola.
E da quel momento fila tutto liscio fino alla sera quando il giornale chiude. Siamo tutti consapevoli che la cosa veramente importante è farlo al meglio, che il lettore deve trovare nelle nostre pagine articoli interessanti, originali, belle fotografie, informazione seria. Insomma, se ci accapigliamo in fondo è per un nobile fine. Ecco, senza presunzione e con le dovute differenze, vorremmo che fosse la stessa filosofia a guidare chi ha in questi giorni in mano le sorti dell’Expo. Sul fatto che abbiano litigato, e che forse lo stiano ancora facendo, non c’è dubbio. Molti dubbi invece sul nobile fine della zuffa. Ci auguriamo però che serva a partorire qualcosa di grande. I lettori scrivono lettere ed e-mail: ci tengono che Milano faccia bella figura e sono alquanto delusi, per non dire incazzati. Quando l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi dice che stiamo assistendo a una spartizione di potere (anche un po’ squallida e miope aggiungiamo noi) tutti i torti non li ha. Ai milanesi, anzi agli italiani, poco importa se a gestire i miliardi del 2015 sarà il Cipem piuttosto del Cipe, e ancora meno se la governance sarà controllata da un cda più o meno allargato. Tre, quattro o cinque membri? Paolo Glisenti amministratore unico, no forse delegato, o meglio al suo posto Pinco Pallino? «Chissenefrega», rispondono in coro le lettere che arrivano in redazione. Mettersi d’accordo alla svelta, che sette anni volano se si deve rivoluzionare città e hinterland. Cantieri da aprire, mostre e convegni da preparare, parchi spelacchiati da rendere presentabili, metropolitane e tunnel da scavare, smog e traffico da abbattere. L’Ecopass mica basta, tanto per fare un esempio. Quindi bisticcino pure ma poi, non troppo poi, c’è una missione da portare a termine. Sapete che gli ispettori del Bie stanno insistendo per venire a farci visita e che le nostre istituzioni inventano scuse pietose per tenerli lontani? Come mai? Non siamo pronti, perdiamo tempo in assurde pastoie burocratiche, non sappiamo neppure con chi farli parlare. Chi è il vero capo? Ancora non è stato deciso. Chiediamo solo che ci venga risparmiata, almeno questo nella vita, una figuraccia su scala mondiale. Perdonare, per i milanesi, stavolta sarebbe davvero difficile.