In prima fila c'è sempre Elisabetta, ma in platea spunta pure l'ex moglie

Bocchino: "Noi fuori dal governo? Abbiamo obbiettivi più ambiziosi". La base celebra il tricolore e gli eroi antimafia

«Ma noi non siamo antiberlusconiani, siamo postberlusconiani». Gli umori della platea alla convention di Futuro e libertà sono riassumibili nella frase di una ragazza, croce celtica al collo, sigaro in bocca, e fedeltà assoluta al capo. Fini. Nel capannone di Bastia Umbra tutti aspettano soltanto il discorso del leader di Futuro e libertà, il resto è contorno. Nell’attesa, vanno a ruba le magliette del «che fai mi cacci?», simbolo del coraggio di chi ha osato «ribellarsi al Sultano». È lo stesso popolo che nel 2008 applaudiva il Cavaliere al congresso fondativo del Pdl e si spellava le mani quando Fini osannava la lungimiranza di Berlusconi e la «sua lucida follia» nell’aver creduto al partito unico di centrodestra.
Sembrano altre persone eppure sono le stesse, quelle che riempiono il capannone che sembra una discoteca. Buio pesto quando si entra al padiglione 9, sfondo azzurro, megaschermi, bandiere italiane e striscioni con le parole chiave del manifesto del Fli. Otto slogan uno accanto all’altro: «lavoro», «cultura», «valori», «sviluppo», «sicurezza», «merito», «solidarietà», «nazione». Tutto qui. Mancano gli striscioni «giustizia» e «federalismo». Una mancanza tutt’altro che casuale e che la dice lunga sulle nuove bandiere e la vecchia strategia finiana.
La sala si riempie verso le tre del pomeriggio, le prime file occupate dai parlamentari finiani con qualche innesto: accanto all’onorevole Consolo un po’ di famiglia, nuova e vecchia, di Gianfranco. Come a Mirabello, c’è Elisabetta Tulliani e il fratello di Fini, Massimo. Ma anche l’ex moglie Daniela Di Sotto. Le luci sono sempre basse e sembra di stare in un’immensa discoteca. Poi si parte con lo show, decisamente ad effetto. Quasi berlusconiano. Parte l’inno di Mameli e scattano tutti in piedi, mento in alto. Barbareschi, attore e deputato, si presta alla recita: «Ho un incarico, il più grande che mi è stato affidato nella vita - dice con la voce rotta dall’emozione -. Leggere il Manifesto per l’Italia». E assieme alle sue parole scorrono le immagini del nuovo pantheon finiano. C’è un po’ di tutto dentro: Ferrari e Villeneuve, Cannavaro, Bocelli, i vigili del fuoco, la Croce rossa, Gasmann, Pavarotti, Coppi e Bartali. Ma il vero boato c’è quando il fermo immagine arriva alla foto storica di Falcone e Borsellino.
Per Fini è ovazione. Fa il suo ingresso in sala passando platealmente tra le sedie e stringendo mani, dopo un summit dell’ultimo minuto con Ronchi, Urso e Bocchino. Poi sale sul podio ma offre soltanto l’antipasto perché il piatto forte arriverà oggi. Parla di «anima e cuore», di «meraviglioso disegno», di «cambiamento della nostra Patria» e soprattutto di «traguardi ambiziosi». Quali, come, e soprattutto con chi, lo si scoprirà oggi. Forse.
Dopo il leader del Fli tocca al colonnello Bocchino scaldare la platea urlando nel microfono: «Sarai tu, Gianfranco, il protagonista della Terza repubblica. Devi avere coraggio. Lo stesso coraggio di quando hai osato alzare il dito contro un’ingiustizia». Poi, a colloquio con i giornalisti, una frase volutamente sibillina: «Appoggio esterno? Abbiamo progetti più ambiziosi». Poi è tutto un susseguirsi di interventi contingentati: cinque minuti a testa, non di più. E quando prende la parola l’ultimo transfuga pidiellino, l’ex azzurro della prima ora piemontese Roberto Rosso, dalla sala parte qualche fischio. E Rosso avrà pensato: «Che fate? Mi cacciate?».
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