In fila per ore le donne con gravidanze a rischio

Marco Morello

L’estate è la stagione ideale per ridurre all’osso l’assistenza alle donne con gravidanze a rischio. Deve essere stata questa la brillante intuizione della Direzione provinciale del ministero del Lavoro: dal 17 luglio al 10 settembre, infatti, i dodici sportelli decentrati di Roma e provincia attivati presso le Asl sono chiusi al pubblico per ferie. Le domande per l’«interdizione anticipata di maternità» possono essere presentate soltanto presso la sede centrale dell’Ispettorato che si trova in Via dei Vestini 13, vicino San Lorenzo. Questo particolare tipo di facilitazione è riservata a tutte le future mamme con minacce di aborto o che svolgono professioni pericolose. Anziché mettersi in malattia, con conseguente perdita di contributi previdenziali, è possibile presentare una domanda che attesta le complicanze per rimanere a casa senza sanzioni.
La scena che si ripete ogni mattina è critica. Donne incinta o loro delegati provenienti non solo da tutta Roma, ma anche da Nettuno, Ciampino, Colleferro, Monterotondo e Tivoli, sono condannate a una fila che sfiora le otto ore e spesso devono tornare più di una volta. L’ufficio si trova in una stradina parallela a Via de Lollis, priva di marciapiede e aperta al traffico, con automobili parcheggiate su entrambi i lati. Già dalle 4 del mattino le prime coraggiose si ammassano davanti a una saracinesca abbassata e iscrivono il loro nome su un foglio appeso al muro. Nessuno si muove nemmeno per andare in bagno o per comprare una bottiglietta d’acqua, temendo di perdere il posto. Per evitare che qualcuno faccia il furbo, mentre il caldo comincia a diventare insopportabile, una volontaria eletta tra i presenti si occupa di gestire l’elenco dei nominativi. Alle 9, all’apertura dello sportello, solo le prime 110 nella lista «ufficiosa» vengono chiamate per appello nominale e ricevono il numeretto «ufficiale» per inoltrare la pratica. A nulla valgono invece le proteste delle altre, costrette a ripresentarsi l’indomani. Chi resta, comunque, non ha di che gioire: in attesa di essere ricevute si fa anticamera in uno stanzone enorme, privo di aria condizionata, il cui odore e la cui temperatura ricordano una stalla. La responsabilità, è doveroso precisarlo, non è delle Asl: gli uffici decentrati e quindi la loro chiusura dipendono dal ministero del Lavoro che, a quanto pare, d’estate decide di contraddire in pieno il suo nome.
«Sono esasperata - si lamenta Mara, 37 anni - l’Ufficio relazioni con il pubblico mi ha consigliato di arrivare intorno alle 7.30. Ho fatto così e ora sono la numero 140, sicuramente non mi faranno entrare. Avrebbero almeno potuto pensare a due file separate, una per le donne incinta, una per i delegati. Piuttosto che garantirci, il governo ci complica la vita». Accanto a lei c’è Cristina, 30 anni: «Siamo trattate come immigrate clandestine in attesa del permesso di soggiorno. Qui è pieno di ragazze al sesto o settimo mese, tutte in difficoltà. Non capisco come facciano a non ribellarsi».
La domanda di interdizione anticipata, è vero, può anche essere inviata per posta. Il tempo di gestione della pratica, però, è di quaranta giorni. In quell’intervallo di tempo o si va a lavorare, con tutti i rischi connessi, o ci si mette in malattia. A rimetterci comunque è chi meriterebbe di essere tutelato.