«La Filarmonica della Scala? Non sarò io il nuovo direttore»

È arrivato a Milano settimana scorsa, e ci resterà fino a metà marzo, ospite di riguardo del Teatro alla Scala dove dirige un'opera, Da una casa di morti di Leos Janacek (dal 28 febbraio al 16 marzo), e una sfilza di concerti con l'Orchestra Filarmonica (22, 23, 24 febbraio, 1 e 8 marzo). E' Esa-Pekka Salonen, nella top ten dei direttori d'orchestra di qualità. Finlandese, cinquantadue anni (assai) ben portati, belloccio al punto che la rivista People gli chiese di posare per un servizio dedicato ai 50 uomini più fascinosi del pianeta: «Non ne volli sapere. Ora, a distanza di dieci anni, accetterei», ci scherza sopra Salonen. Che dal profondo Nord scese proprio a Milano per completare gli studi di composizione con Niccolò Castiglioni. E’ fresco di una permanenza ventennale, conclusa nel 2009, negli States, alla testa della Los Angeles Philharmonic Orchestra, ora nelle mani del giovane rampante Gustavo Dudamel. Ora vive a Londra dove è il direttore pupillo della Philharmonia Orchestra. Quella di Salonen è la classica carrierona con incisioni importanti, inviti eccellenti. Ma il tratto distintivo è la ferma decisione di abbinare gli impegni del podio con l'amata composizione. Spesso capita che Salonen diriga pure se stesso. Non lo farà, però, per i tre concerti con la Filarmonica. Perchè?
«Non dirigevo da tempo in Italia, e per questo ritorno ho sentito il bisogno di ricordare i miei due maestri mediterranei, Castiglioni e Franco Donatoni, eseguendo loro pezzi, più Ravel e Stravinskij».
Il brano di Donatoni, Esa, è intitolato a lei…
«Donatoni lo scrisse in ospedale, senza più le forze sufficienti: lo dettò a un allievo, sul letto di morte. Un giorno, nella buca delle lettere della mia casa di Londra, trovai una busta. Dentro c’era la partitura con scritto Esa. Provai una forte emizione».
Ha dichiarato che la musica deve colpire la mente, l’anima e il fisico. Riesce, in questo obiettivo, l’opera «Da una casa di morti»?
«Assolutamente sì. E' un teatro molto fisico, con complessi movimenti di massa. La musica e' primigenia, organica. Tutti elementi messi in luce dalla regia di Patrice Chéreau, con il quale ho lavorato anche per l’edizione al Metropolitan di New York, l’anno scorso».
Cosa distingue quest’opera dalle altre di Janacek?
«E’ la più estrema e complessa, nasce dalla giustapposizione di flash senza connessione fra di loro. E’ ambientata in campi di detenzione eppure c’è tanta vita e un ottimismo che sgorga dalla musica».
Ha diretto «Da una casa» al Met e ora alla Scala. Due teatri leader del Vecchio e del Nuovo Mondo. Come si lavora di qua e di là dell’Atlantico?
«Il Met è il teatro più operativo del mondo; praticamente un’industria, contrassegnato, poi, da una certa pressione commerciale. Alla Scala le condizioni lavorative sono diverse, anzitutto si ha a disposizione un maggior numero di prove».
La Scala è alla caccia di un direttore musicale, lei è nella rosa dei favoriti. Accetterebbe il ruolo?
«Io non faccio tanta opera, e la Scala ha bisogno di un direttore in grande confidenza con il teatro d’opera. Quindi lo escluderei».
Al Salonen compositore: qual è l’anima della musica scandinava?
«I compositori del Nord amano lo scavo profondo, così come i musicisti mediterranei hanno sempre ricercato le forme chiare, trasparenti e cristalline, dove tutto si muove in superficie ed è chiaramente visibile».