La Filarmonica, venticinque anni di grazia

Troppo giovane? Se il pensiero musicale deve essere sostenuto dai segni del vissuto certamente sì. Se un teatro come la Scala non può tollerare che la sua orchestra non sia sempre consonante, né precisa negli attacchi, né calibrata nel suono o nell'espressività, certamente sì.
Ma, a prescindere da alcune defaillance croniche mitigate solo da coincidenze stellari e da quel governo quotidiano che noi continuiamo a ritenere una conditio sine qua non, inutile versare lacrime.
Il passato non ritorna. La Filarmonica della Scala che compie venticinque anni e si dichiara autonoma di diritto e di fatto decide così. Che vuole la libertà e che la festa va consegnata al giovane Gustavo Dudamel, in ordine di tempo l'ultimo pupillo di Claudio Abbado. Uno che quando nomina l'adorato Claudio di illumina di immenso e quando parla di Mahler, specchio di quella tristezza che è l'altra anima dell'indole latino-americana, si strugge d'amore.
Uno che conosce a memoria la Terza di Mahler. La sinfonia che figura nella locandina 1982 accanto al nome di Abbado direttore e fondatore. Dudamel è una scelta: non avevamo mai visto il programma della Filarmonica accostare tante bacchette prestigiose. Tutte quelle che ci stavano. Esclusi ovviamente e per paradosso i grandi "padri" Claudio Abbado e Riccardo Muti, uccisi dai "figli" come in una tragedia greca che solo Freud ci potrebbe spiegare.
Nemmeno la brochure celebrativa fa complimenti. Come, ad altro livello, appare defilato Francesco Manara. La spalla. Uno che chiudi gli occhi e ne riconosci il suono tra mille. Il nuovo corso signori. Ma intanto la storia va avanti, e la Filarmonica emerge ogni giorno di più dal buio che aveva inghiottito anche lei. Corone fiorite, pubblico da grandi occasioni, attesa. L'eletto che tarda fa battere i cuori. E quando finalmente appare sembra più pallido e più teso di quanto non sia. Sta di fatto che il primo movimento è nervoso e impreciso. Quello che fa stare sulle spine.
Il tempo passa, la mente di Gustavo sfoglia la partitura complessa, intessuta, infinita. Fiabesca come le fantasie popolari del Knaben Wunderhorn, dolente come il Lied per contralto "O Mensch! Gib acht" tratto dal Nietzsche di Zarathustra, decadente come una rosa sfogliata. A poco a poco i venticinque anni di Dudamel diventano assorti, dimenticano gli eccessi, coinvolgono i celebranti.
Il meraviglioso contralto Christianne Stotijn sussurrata la sua sensualità. Il Coro femminile (Bruno Casoni) e quello delle Voci bianche (Alfonso Caiani) paiono davvero angeli scesi tra noi.
Alla fine il gesto attento e armonioso di Dudamel ricompone le tensioni e consegna al Langsam i colori stemperati di una felicità da non nominare. Sono passati quasi cento minuti. Esplode l'applauso liberatorio rivolta a una verginità psicologica che è riuscita a impregnarsi di pensieri complessi e forse nemmeno suoi.