LA FILASTROCCA DELL’ELEMOSINA

Attenti, è scoppiata la guerra dell’elemosina. Ci avete fatto caso? «Elemosina» è diventata la nuova parola chiave, il marchio d’infamia, il liquidatore rapido di ogni proposta. Ieri, per esempio, il governo non ha fatto in tempo a presentare il piano di aiuti per chi perde il lavoro e già era arrivata la bolla epifanica della Cgil: «È un’elemosina». Sono stati velocissimi, davvero: roba che al confronto Speedy Gonzales è un tricheco. Probabilmente non avevano nemmeno letto fino in fondo il provvedimento, ma che importa? «Un’elemosina», e via. Il certificato di fetenzia, ormai, non si nega più a nessuno.
La social card? Un’elemosina di Stato. Il bonus per le famiglie? Un’elemosina di Stato. Il prestito per bebé? Un’elemosina di Stato. L’intervento sui mutui? Un’elemosina di Stato. E quello sulle bollette? Pure. Il contratto con gli statali? Va da sé: un’elemosina di Stato. L’elemosina è più trasversale di Mastella, più presenzialista di Crepet e salta fuori ormai con una frequenza da far invidia a Pippo Baudo in tv. Ne parlano tutti, dai radicali ai vecchi democristiani, da Berlusconi a Ferrero. C’è qualcosa che non ti va? È un’elemosina. C’è qualcosa che non ti piace? È elemosina. Ancora un po’ e, vedrete, i politici useranno la filastrocca anche per scaricare le amanti sgradite: «Ti lascio, sei solo un’elemosina...».
Vi dico la verità: non ho mai amato molto l’elemosina, ma a questo punto comincia a diventarmi persino simpatica. Ne parlano tutti così male che mi viene da pensare, non foss’altro per spirito di contraddizione, che bisognerebbe cominciare a dirne bene. Elogio dell’elemosina: perché no? In fondo dietro a tante prese di posizione contro gli aiuti, si possono leggere segni evidenti dello snobismo radical chic di chi i poveri li ha visti, al massimo, dalle finestre del salotto di casa Angiolillo.
A conti fatti non so se gli aiuti decisi ieri per chi ha perso il lavoro siano un’elemosina. Li trovate descritti nei particolari a pagina 3 e vi potete fare un’idea voi. Così come non so se la social card e il bonus famiglie siano elemosine. Quello che so è che, un’elemosina dopo l'altra, mai erano stati fatti tanti interventi a sostegno delle famiglie e di chi è in difficoltà. Quello che so è che, per quanto i soldi siano pochi, è sempre meglio un governo che li mette in tasca di uno che li toglie, come erano soliti fare l’aspiratutto Visco e il suo sodale, Padoa-Schioppa, l’uomo per cui le tasse erano bellissime. E quello che so, infine, è che prima di parlare di vergogna dell’elemosina, bisognerebbe almeno aver imparato cos’è l’elemosina. E, soprattutto, cos’è la vergogna.
Mi spiego. Uno dei più scatenati nella guerra dell’elemosina è il nuovo segretario del Pd, il leggenDario Franceschini. Boccia ogni iniziativa del governo con toni da Savonarola all’emiliana con contorno di salama da sugo. E lui che cosa propone in cambio? La Franceschini Tax, l’una tantum sui redditi oltre 120mila euro da ridistribuire agli italiani che hanno redditi inferiori ai 6mila euro. Perfetto. Ma basta fare due calcoli per scoprire la vera faccia dell’elemosina (e della vergogna). A pagare la Franceschini Tax, infatti, sarebbero circa 176mila contribuenti (lo 0,43 per cento del totale) per un gettito complessivo di 500 milioni di euro. A incassare il bonus sarebbero invece 9 milioni e 300mila italiani (il 23 per cento del totale). Ma sapete quanto incasserebbe ognuno di loro? 53 euro l’anno. Cioè 4 euro e 40 centesimi al mese. Un caffè al bar a settimana.
Per cortesia, rileggetevi bene le cifre. Ne vale la pena. 4 euro e 40 centesimi. Questo sarebbe il contributo dell’una tantum sui redditi alti, questo sarebbe l’aiuto che Franceschini darebbe a chi ha bisogno. E poi parlano di elemosina? Ma con che coraggio? La tanto vituperata social card, per dire, viene «caricata» con 40 euro al mese, per un totale di 480 euro l’anno. Dieci volte di più di quello che darebbe il rivoluzionario contributo suggerito da Franceschini. Il quale, se proprio ci tiene a vestirsi da Robin Hood per la festa dell’oratorio, dovrebbe almeno premurarsi prima di imparare a far di conto: con le parole si può anche ingannare, con i numeri no.
E i numeri, infatti, ci aiutano a capire quanta ipocrisia si nasconda dietro la nuova guerra che si è scatenata nei palazzi, vale a dire la guerra dell’elemosina. Per rispetto di chi sta vivendo davvero momenti di difficoltà ci sentiremmo di proporre una piccola moratoria, una tregua linguistica, una sospensione cautelare: non usate più a sproposito la parola «elemosina». Come sapete deriva da un termine greco che significa «avere compassione». Sentimento nobile, come dicevamo. Ma a forza di pronunciarla a sproposito molti dimostrano che non hanno affatto compassione. Tutt’al più la fanno.