Filea

Era un egiziano pagano della fine del III secolo, cittadino romano e di famiglia patrizia. Uomo di grande cultura, Filea aveva ricoperto alte cariche pubbliche prima di convertirsi al cristianesimo. Era molto ricco, sposato e con prole. La sua autorevolezza ed erudizione indussero la comunità cristiana a volerlo vescovo di Thmuis, nella Tebaide. Ma nel 303 incappò nella grande persecuzione di Diocleziano e finì in prigione. Qui ogni giorno doveva assistere al passaggio di quei confratelli che venivano condotti al martirio, udiva le urla dei torturati e le minacce nonché gli sberleffi dei carcerieri. Riuscì a scrivere una lettera ai suoi fedeli, narrando loro tutto quel che aveva visto ed elogiando la fermezza di quelli che non rinnegavano Cristo neppure fra i tormenti più atroci. Quando toccò a lui di essere processato davanti al prefetto Culciano, erano presenti la giovane moglie e i figlioletti (Filea aveva poco più di trent'anni). Il prefetto sapeva di avere di fronte un personaggio di alto rango e che (glielo disse) poteva comprarsi l'intera provincia. Quasi gli dispiaceva di dover farlo giustiziare e cercò di dissuaderlo indicandogli la famiglia in lacrime. Perfino il fratello di Filea intervenne, cercando invano di far modificare la sentenza (ma contro il parere del santo). Culciano, sapendo che l'imputato si intendeva di filosofia, gli chiese se il suo Cristo era un dio e se era più sapiente di Platone. Filea finì decapitato verso il 306 e con lui vennero uccisi altri vescovi africani come Esichio, Pacomio, Teodoro, oltre a un gran numero di cristiani d'ogni condizione.
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