Filemone e Appia

È al frigio Filemone di Colossi che s. Paolo indirizza la più breve delle sue Lettere. In essa, com’è noto, gli si raccomanda di riaccogliere e perdonare lo schiavo Onesimo, ladro e fuggitivo. Quest’ultimo, sapendo che la legge per lui prevedeva la pena di morte per crocifissione alla porta della casa padronale, era andato a supplicare s. Paolo, agli arresti domiciliari a Roma, di intercedere presso il suo amico e collaboratore Filemone. Paolo lo battezza e lo rimanda con la sua lettera di raccomandazione. È tutta qui la posizione, geniale nel suo realismo, del cristianesimo nei confronti della schiavitù, istituzione antica come il mondo e ritenuta naturale come l’aria: niente proclami abolizionisti, che avrebbero prodotto solo rivoluzioni e massacri, ma il semplice svuotamento dell’istituto tramite il dovere di considerare lo schiavo un fratello in Cristo. Ridotta, così, al solo guscio giuridico, la schiavitù cominciò a morire di morte naturale. I primi cristiani, infatti, presero ad affrancare schiavi a gruppi, ma solo dopo aver potuto garantire loro un pezzo di terra da coltivare o un’occupazione. Secondo la tradizione, Filemone affrancò Onesimo e lo prese come coadiutore quando divenne vescovo. Pare che, al tempo della persecuzione di Nerone, durante la grande festa in onore di Artemide Efesina, una folla di fanatici pagani fece irruzione nella casa dove i cristiani si riunivano e mise le mani su Filemone e sua moglie Appia. Il governatore Artocle, per compiacere la turba vociante, li fece flagellare. Poi i due vennero interrati fino alla vita e lapidati.
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