Filetto e spigola? Cinque euro in tutto Al Senato il pranzo di lusso low cost

La casta mangia a prezzi irrisori al ristorante "come un tre stelle Michelin". Ma Villari si lamenta: "Il pesce non è fresco". Dall'antipasto al dolce i senatori spendono meno che all'osteria. Se pagassero tutto loro per lo Stato meno uscite per 10 milioni in 3 anni

Facciamo 10, massimo 15 euro. Se si vuole mangiare da re nel centro di Roma e spendere da osteria fuori porta il posto giusto c’è. Il ristorante dei senatori a Palazzo Madama. Un menù sontuoso dall’antipasto al dolce (al carrello). Primi elaborati, secondi di carne e pesce, servizio griglia in sala (per quelle voglie irrefrenabili di pesce spada o lombatina), più un intero orto botanico di verdure disponibili come contorno.

Da acquolina in bocca. Ma a smorzare immediatamente i facili entusiasmi ci pensa Riccardo Villari. Senatore e sottosegretario ai Beni culturali, ex Pd, ora passato a Coesione nazionale (i Responsabili), il fu presidente (lampo) della commissione di Vigilanza Rai si lamenta di cibo e servizio: «Il ristorante del Senato? Non è certo Chez Maxim, ma una cosa da mensa. Il pesce non è mai fresco e i cibi spesso sono precotti». Altro che casta e privilegi, insomma, costa così poco perché poco vale. Alla Zanzara (su Radio 24) Villari, calcolatrice alla mano, fa i conti in tasca ai senatori: «Un pranzo alla fine sono 10-12 euro cioè le vecchie 20-25mila lire, non proprio zero, non una cosa da uno o due euro». L’erba del vicino è una regola sempre valida e infatti ecco puntuale la doglianza: «Alla Camera si mangia certamente meglio.

E non pensate di trovare il pesce fresco: spesso tutti i senatori hanno una sola ora per pranzare e quindi vanno in massa ai tavoli. Si deduce facilmente che i cibi non possono essere cucinati al momento, è tutta roba già pronta. Diciamo che il prezzo corrisponde a quello che mangi». Diciamo che se aprissero le porte a chi paga il resto di quei 10-12 euro (i contribuenti) altro che lamentele. A sera non resterebbero nemmeno i piatti da lavare. Tutto pulito.
La racconta un po’ diversa al sito dell’Espresso Carlo Monai, deputato dell’Italia dei Valori e novello Spider Truman: «Il bar della buvette è in linea con i prezzi di mercato. Il ristorante, invece, no.

Ci costa in media 15 euro, ma la tavola è apparecchiata come un tre stelle Michelin, i camerieri sono in livrea, lo chef è bravo e prepara piatti di grande qualità». Altro che la bettola descritta da Villari. Ma anche Monai un difettuccio lo trova: «Ottimi vini, ma nessuna bottiglia friulana».

Sia come sia, tutti gli italiani stanno iniziando a fare un pensierino sul ristorante del Senato. Villari, nonostante l’affresco a tinte fosche, intuisce che la «pancia» del Paese non apprezza e propone una soluzione rivoluzionaria. «Facciamo due ristoranti – immagina il sottosegretario –. Uno per chi va di fretta a prezzi contenuti e uno per chi si può fermare con calma, dove però per una qualità più elevata del cibo si pagano anche 40 euro».

Oppure facciamo che lo Stato non mette più un euro per il ristorante del Senato. Che, sulla carta e dalle descrizioni, potremmo valutare come un locale a una stella Michelin. Il mercato dice 100 euro per un pasto completo. Se i senatori iniziassero a pagarlo interamente di tasca propria? Vuoi vedere che i tagli previsti dal presidente Renato Schifani (120 milioni di euro in tre anni) aumenterebbero di colpo? Due conti rapidi. Tra i 100 euro ipotetici e i 20 (dicono 15, ma arrotondiamo per eccesso) spesi da un senatore ogni giorno ne avanzerebbero 80. Da moltiplicare per i 315 senatori. Per i giorni in cui Palazzo Madama è aperto: 150 l’anno. Il totale fa 3 milioni e 800 mila euro: oltre 10 milioni in un triennio. Basta poco.