Filippine, 10 decapitati nel blitz per padre Bossi

Il capo dei marine: secondo le nostre informazioni si trova nel sud

Nove ore di scontri. Quattordici soldati filippini uccisi. Dieci brutalmente decapitati. Il bilancio dei combattimenti tra l’esercito di Manila e i militanti separatisti del Milf, il Fronte Moro islamico di liberazione, è cruento e sanguinoso, forse più di quanto non dicano queste cifre provvisorie. Eppure sullo sfondo della battaglia interna fra esercito regolare e guerriglieri musulmani, che nella notte tra martedì e mercoledì ha avuto come teatro l’isola meridionale di Basilan, nel sud delle Filippine, non c’è ancora nessuna traccia decisiva che porti a padre Giancarlo Bossi.
Ieri, dopo che ha cominciato a circolare la notizia degli scontri nelle vicinanze di Tipo-Tipo, in Italia il pensiero è andato subito al missionario rapito il 10 giugno scorso. La ragione dell’intervento dei militari filippini in quell’area potrebbe essere legata proprio al sequestro del prete italiano, ma di mezzo non ci sarebbe, come si era creduto in un primo momento, Abu Sayyaf, il gruppo legato ad Al Qaida.
Secondo il colonnello dei marine, Ariel Caculitan, agli scontri hanno partecipato circa cinquanta marine e trecento ribelli musulmani, impegnati proprio nella ricerca del missionario. «Le informazioni che abbiamo lasciano pensare che si trovi in quella zona. Ma non abbiamo potuto appurarlo». Eppure l’azione militare si è svolta senza il coinvolgimento del Milf. Secondo il negoziatore Mohager Iqbal, dietro la carneficina ci sarebbe proprio il «mancato coordinamento» con i guerriglieri islamici. I militari sono entrati nel villaggio e i ribelli hanno risposto «agendo per autodifesa contro quello che è stato percepito come un attacco».
Dalla Farnesina, invece, è arrivata ieri la smentita che dietro i combattimenti ci fosse l’intento di trovare il missionario italiano. «Secondo quanto riferito dalle autorità di Manila, gli scontri nel sud delle Filippine sono attribuibili a un normale pattugliamento e pertanto in una zona non legata alle ricerche di padre Bossi», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri. Poi l’ulteriore precisazione: «Si tratterebbe di scontri con gli uomini del Milf e non con quelli di Abu Sayyaf».
E anche dal Pime, il Pontificio istituto missioni estere, Gian Battista Zanchi, superiore generale dell’istituto, ha confermato che non ci sono legami tra i combattimenti e le operazioni di ricerca del religioso lombardo. Il Milf ha annunciato che presenterà una protesta ufficiale al Comitato di coordinamento della cessazione delle ostilità, l’organismo incaricato di monitorare il rispetto della tregua tra le parti, in vigore dal luglio del 2003. «Lo scontro è stato scatenato dal fatto che le truppe sono entrate nel nostro territorio senza prima mettersi d’accordo con i leader del Fronte Moro. Hanno messo in allarme le nostre forze e le hanno costrette a difendere le posizioni».
Al di là della dinamica dei fatti, l’ansia per la sorte del missionario italiano non si placa nel nostro Paese. Il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha presieduto la veglia di preghiera tenutasi martedì sera nella chiesa di Santa Maria Nuova, ad Abbiategrasso. Un lungo applauso è seguito all’omelia di Tettamanzi, quando il cardinale ha ricordato: «Attendiamo con tanta fiducia la liberazione di padre Giancarlo». E mentre l’Osservatore Romano sottolineava ieri, in prima pagina, quanto «sempre più intensa si fa la preghiera per chiedere la liberazione» del religioso italiano, i missionari del Pime nelle Filippine hanno chiesto di mettere fine allo sfruttamento di questo caso per scopi politici. «Abbiamo notato la tendenza di alcuni, che usano le sofferenze di padre Bossi per ambizioni politiche e/o ideologiche. Preghiamo affinché tutti coloro che si fanno coinvolgere da questa situazione siano liberi da interessi personali e manovre politiche», hanno scritto in una preghiera pubblicata ieri.