Filippine, chiesto il riscatto per padre Bossi

I banditi vogliono «alcune decine di migliaia di dollari» Forze regolari e i ribelli pronti a liberarlo

I sequestratori di padre Giancarlo Bossi, 57 anni, rapito il 10 giugno scorso nel sud del Filippine hanno finalmente aperto un contatto per negoziare il rilascio del missionario italiano. Lo ha confermato ieri padre Giovanni Sandalo, superiore provinciale nelle Filippine del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). «Vi sono stati contatti con i rapitori. Abbiamo avuto la conferma che padre Giancarlo Bossi, originario di Abbiategrasso (Milano), è in buone condizioni di salute, anche se molto stanco», ha detto il missionario.
I contatti sarebbero avvenuti via telefono o radio ed Eid Kabalu, portavoce dei ribelli del Fronte Moro islamico di liberazione (Milf) che media con i sequestratori, ha parlato di un riscatto «di alcuni milioni di pesos» (alcune decine di migliaia di dollari). Ma il gruppo dei rapitori, banditi islamici, sarebbe circondato. Alla “caccia” ai rapitori partecipa un battaglione dell’esercito delle Filippine e due brigate del Fronte Moro, che aveva subito condannato il sequestro.
«Sono dilettanti oramai in trappola», ha commentato il generale dei marines filippini, Benjamin Dolorfino. Due notti fa i miliziani del Fronte Moro sarebbero stati pronti a intervenire per liberare con la forza il missionario, ma hanno rinunciato temendo per l’incolumità di padre Bossi.
A Zamboanga, la zona di Mindanao dove è stato rapito il missionario, è arrivato l'ambasciatore italiano a Manila, Rubens Anna Fedele, per seguire da vicino la situazione. Margherita Boniver, responsabile Esteri di Forza Italia, che conosce bene le Filippine, si è detta «pronta a partire, se questo verrà reputato utile, per collaborare alla liberazione di padre Bossi». Ieri sera ha avuto un incontro alla Farnesina per fare il punto di un’eventuale missione di recupero in stile bipartisan.