Filippine: Vagni è vivo Ha chiamato la moglie

«Finalmente ho avuto la prova che è vivo, ha cercato di farmi coraggio dicendomi di stare tranquilla». Non ha nascosto la sua gioia la moglie di Eugenio Vagni, l’operatore della Croce rossa internazionale rapito il 15 gennaio nelle Filippine. Giovedì sera ha telefonato alla famiglia a Montevarchi, in provincia di Arezzo. La telefonata, durata poco meno di due minuti, ha restituito la speranza in una rapida soluzione della vicenda tra i familiari: «Siamo anche tornati a sperare che lo liberino presto, abbiamo ripreso fiducia - ha detto una delle cognate -. Abbiamo avuto molta angoscia a non sapere più nulla di lui per settimane». Vagni infatti non dava sue notizie dal 16 aprile, quando era stato visto per l’ultima volta dal suo collega svizzero Andreas Notter, liberato due giorni dopo dai sequestratori. Alla moglie il volontario italiano, fiaccato da oltre 100 giorni di prigionia, «ha detto di essere stanco, affaticato e sempre più sofferente per un’ernia», come ha riferito il consigliere regionale toscano, Enzo Brogi, che sta seguendo la vicenda da tempo ed è vicino alla famiglia. La Croce rossa internazionale resta in attesa con «molta preoccupazione». Il capo delle operazioni nell’Est e Sudest asiatico e nel Pacifico, Alain Aeschlimann, ha ribadito che l’incolumità di Vagni resta prioritaria e ha lanciato un nuovo appello ai militanti islamici di Abu Sayyaf che lo detengono, affinché lo liberino «sano e salvo, immediatamente e senza condizioni». «Siamo in costante contatto con le autorità filippine e italiane che stanno seguendo gli sviluppi molto da vicino», ha detto ancora Aeschlimann, insistendo sul fatto che la Croce rossa non ha mai ricevuto una richiesta di riscatto per Vagni. La linea della Croce rossa, ha infine ribadito, è quella di non pagare mai quando il proprio personale è rapito per non mettere a repentaglio la sicurezza di altri operatori in zone di conflitto. Vagni, 62 anni, è l’ultimo dei tre operatori della Croce rossa rapiti il 15 gennaio ancora in mano ai ribelli islamici di Abu Sayyaf nell’isola di Jolo.