«Film a 500 euro? Non si paga nessuno»

Michele Anselmi

da Venezia

Sono loro, i quattro del collettivo Amanda Flor (un Luther Blisset in versione proletario-laziale), i primi a sorriderci sopra. «Un film fatto con 500 euro e... 500 chili di registi». Più che di low budget sarebbe meglio parlare di no budget a proposito di La rieducazione, reclamizzatissimo lungometraggio in digitale scovato dalla Settimana della critica. Il quartetto è composto da Davide Alfonsi, Denis Malagnino, Daniele Guerrini e Alessandro Fusto: abitano a Villanova di Guidonia, alle porte di Roma, nella vita svolgono lavori normali (il cameriere, l'imbianchino...), da due anni a questa parte si sono messi in testa di fare un cinema «ritagliato» sulla realtà, senza mediazioni, «per lasciare emergere le particolarità socio-antropologiche del nostro territorio». Non che siano naïf. Detestano le macchiette, citano Bazin e Tarkovskij, i Dardenne e Pasolini, nella prospettiva di «rieducare le percezioni in una sorta di vedutismo eretico».
In realtà, ma loro direbbero in verità, La rieducazione è un film lineare, semplice e insieme profondo, una sorta di autoprodotto thriller salariale. Direte: ma come si fa con 500 euro? «Non pagando nessuno, a partire da noi», rispondono all'unisono. Così, armati di una telecamerina Canon XM1, hanno girato per circa due mesi, nella più assoluta libertà creativa, recitando quando serviva e convocando amici e conoscenti. Eppure il sapore non è amatoriale. Una strana energia prorompe da questo brandello di vita «local», in bilico tra commedia di «mostri» e racconto morale.
La storia è presto detta. Marco, un ventottenne laureato e disoccupato, il cui unico impegno è il volontariato in parrocchia, viene avviato a una inattesa «rieducazione» dal padre, estenuato. Niente più viveri, materasso e chiavi di casa. D'ora in poi «il bambacione» dovrà cavarsela da solo, lavorando sodo in un cantiere edile pilotato dal tosto Denis. Solo che «il principale» non paga nessuno (o quasi) da due mesi.
È un mondo torvo e infido, ma anche verosimile, quello che La rieducazione mette in scena, anzi ritrae, affidandosi a dialoghi improvvisati, battute salaci, affondi dialettali. La morale? «Mai fidarsi di nessuno», teorizzano i quattro, poco teneri anche con gli amici: muratori sfaticati, dediti alle canne, senza dignità. A tratti si ride, a tratti ci si ritrae. E però, nella sua programmatica povertà, La rieducazione suona come una ventata di aria nuova nell'asfittico panorama italiano. È già previsto un seguito, Afa, che forse costerà ancora meno, 400 euro. La Provincia di Roma guarda con attenzione all'esperimento, pronta a sostenere. Mentre il manifesto prende sul serio il riferimento maoista del titolo, parlandone come di «un giusto omaggio alla grande rivoluzione culturale proletaria nel suo 40º anniversario». Boh!