Film anticamorra E la colonna sonora la fa un latitante

Il lungometraggio ispirato al libro «Gomorra» di Saviano avrà come sottofondo canzoni scritte da un «neomelodico» pregiudicato

da Roma

La notizia, in sé, è fantastica e inquietante: il più importante film italiano anticamorra, tratto dal più importante libro italiano anticamorra, avrà - quasi sicuramente - una colonna sonora di canzoni scritte da un latitante di successo (e molto amato dalla camorra). Non è uno scherzo, e nemmeno una notizia su cui improvvisare ironie: piuttosto un paradosso illuminante, segnalato ieri sulla prima pagina de Il Mattino. I fatti sono questi. Per corredare il lungometraggio ispirato dal bellissimo Gomorra di Roberto Saviano (best seller ancora in testa alla classifica, a quasi due anni dall’uscita!), il regista Matteo Garrone si era calato nella suggestiva e rovente temperie dell’Hip hop e del neo-melodico napoletano, nelle canzoni che in questi anni hanno fatto impazzire i giovani all’ombra del Vesuvio: dal rap dei Co’Sang, ai successi dei Fuossera, alle canzoni più gettonate del paroliere Rosario Armani, uno che ha composto i versi di decine di successi per piccole stelle partenopee come Raffaello, Alessio (all’anagrafe Gaetano Carluccio) o Enzo Ilardi. Nomi - questi ultimi - non notissimi fuori dalle terre meridionali, ma che sono vere e proprie star, all’ombra del Vesuvio. In una parola: i cosiddetti «neomelodici».
Ovvero: proprio gli stessi che avevano fatto arrabbiare il ministro Giuliano Amato quando, il 14 dicembre del 2006, era calato al Sud armato di spirito illuministico per una conferenza stampa sulla legalità. E in quella occasione Amato si era sfogato: «Ci sono anche i neomelodici - aveva detto puntando il dito sulle canzoni incriminate - tra le espressioni della pervasività della cultura camorrista. Una cultura che cerca comunque di fare del camorrista un eroe e del carcerato un personaggio positivo mentre chi lo denuncia è un infame!». Dopo la presa di posizione erano seguite polemiche al vetriolo, con pronunciamenti di musicisti e opinionisti sui quotidiani. Ad esempio su La Repubblica, che in prima pagina aveva «censurato» la «censura» del ministro: «La canzone popolare - aveva scritto Francesco Merlo - non si può giudicare con il codice penale alla mano, nessuno può pensare di raccontare la camorra senza incontrare la Camorra». Nemmeno lui, evidentemente, poteva immaginare quanto fosse lungimirante quella constatazione. A scoprirlo è stata la casa di produzione del film che, andando a cercare il paroliere Armani (per chiedergli l’autorizzazione a usare i testi delle sue composizioni), si è imbattuta in un piccolo giallo. Garrone, infatti, ha scoperto che Rosario Armani non esiste. Che si tratta, in realtà, di uno pseudonimo di successo dietro cui opera Rosario Buccino, altro personaggio noto, ma non per la sua musica. Buccino, infatti, è ancora oggi latitante e condannato per «reati contro il patrimonio». Condizione non dissimile da quella di uno dei suoi più fortunati interpreti, l’amatissimo Ilardi, ottimo cantante, che però nella vita reale è alle prese con una accusa per «spaccio di droga». Insomma, se Gomorra vuole calarsi pienamente nelle sonorità della terra che ha partorito il best seller di Saviano, deve fare i conti con quella «zona grigia» che ha fatto infuriare il ministro Amato, un territorio dove legalità e illegalità si danno la mano, il luogo dove Tommy Riccio porta al successo una canzone che ha un titolo (oggettivamente apologetico) inequivocabile: O latitante. O quella dove Armani canta le gesta dei «Guagliuncelle ddo sud» che sono «diverse, speciali». Quelli che fanno tardi, abitano la notte, vivono fra motorini e cellulari e se ne fregano dell’autorità dei padri. Quella dove (ancora Armani) esalta l’orgoglio «maledettistico» di una metropoli: «Tu Napule a citta' forse cchiu' bella/ però si cundannat a tanta gente/ chi parla male 'e te nun sape niente» («Napoli sei forse la città più bella/ però sei condannata da tanta gente/ chi parla male di te non ne sa niente»). Così, la storia della colonna sonora dimostra ancora una volta che per raccontare la camorra ci vuole anche un po’ di camorra; che l’arte insegue percorsi che il codice penale persegue; che Napoli, la sua musica, e persino un libro-denuncia come Gomorra sono ancora troppo complessi per essere spiegati con le categorie del politicamente (e «legalitariamente») corretto. Se andate a vedere il film, non ditelo ad Amato.