Il film di Assayas

Dopo di lui, direttamente Al-Qaeda.È «lo Sciacallo», non a caso il 2 novembre (giorno della commemorazione dei defunti) al Festival di Roma, pronto a vendersi quest’icona pop in quota leftist (l’anno scorso toccò alla banda Baader-Meinhof evocare la nostalgia stragista). Intanto, non c’è un distributore italiano per Carlos, drammatico film di Olivier Assayas (Boarding Gate), uscito in Francia e dedicato al terrorista venezuelano Iilich Ramirez Sanchez, detto Carlos. Uno che tra il 1974, quando a Londra cercò d’ammazzare l’uomo d’affari sionista Joseph Edward Sieff, e il 1994, anno in cui fu arrestato a Khartoum, mentre addestrava all’uso delle armi, ne ha fatte di tutti i colori, in tutti i paesi. D’altronde, con un padre marxista, che chiamò gli altri figli Vladimir e Lenin, la linea gli era dettata nella culla. Una linea di sangue, marcata con mani assassine sul fronte popolare per la Liberazione della Palestina, a Beirut, ma anche a Londra, Vienna, L’Aja, Parigi, Berlino Est e ovunque ci fosse bisogno d’un killer mercenario, imbevuto d’ideologia rivoluzionaria. Ora «lo Sciacallo», così nominato dal romanzo di Frederick Forsyth Il giorno dello sciacallo (Mondadori), rinvenuto tra gli effetti personali del killer, è un ergastolano cinquantenne (sconta a Parigi e ha sposato in cella, con rito islamico, il suo avvocato, Isabelle Coutant-Peyre, convertitasi all’Islam), costato un sacco di guai al governo francese, in rotta con la giunta militare islamica di Khartoum all’epoca in cui Carlos iniziava altri come lui al redditizio mestiere del terrorista internazionale. Quest’estate, in Francia, il biopic mitizzante di Assayas ha fatto discutere, perché alla pubblica opinione non è andato giù una specie di James Bond, col berretto alla Che Guevara, presentato come strafico da un regista palesemente affascinato dall’uomo e dall’assassino. Perché qui la star venezuelana Edgar Ramirez (che coincidenza: in The Bourne ultimatum - Il ritorno dello sciacallo di Paul Greengrass, l’attore faceva l’arcinemico di Jason Bourne, il terrorista Paz…) se la gioca a radical-chic: fuma sigari costosi, frequenta hotel di lusso, si guarda nudo allo specchio, fucile in spalla (ma il vero Carlos non ha gradito la scena «nature»), inscena giochi erotici con l’arma in pugno. «Carlos non avrebbe quest’immagine, se solo i media non l’avessero trasformato in un elemento di cultura pop. Negli anni Settanta esisteva gente, che credeva in un mondo migliore, dopo la rivoluzione. Si trattava di militanti… Inoltre, io ho sollevato varie questioni: perché un venezuelano aiuta i palestinesi? Come ha fatto a sparire Carlos? E dove? Tutto questo m’ha acceso l’immaginazione», spiega Assayas da Parigi, dove i manifestanti della CGT hanno dato del «sarkozyste» al ben più popolare Gérard Depardieu, capitato in mezzo al loro corteo. In tempi di crisi e manifestazioni i parigini escono poco di casa, ma l’eco di Carlos li perseguita in tv: inizialmente il film era solo un progetto tv di Canal+ di cinque ore e mezzo, da comprimere in tre puntate. Passato sul piccolo schermo, Carlos a maggio fu escluso dalla competizione al 63esimo Festival di Cannes, ancorché ridotto di circa tre ore. Così il dandy del terrorismo è finito in una sezione minore, sulla Croisette, come quella in cui lo relega il Festival di Roma. Eppure, lo star-system periodicamente s’avvale di questi fascinosi maschi armati, che mescolano sesso&morte, mitra&pericolo nel beverone rivoluzionario buono per ogni palato. Basti pensare al successo di Mesrine,con Vincent Cassel eroico gangster per caso, o al biopic di Steven Soderbergh sul Che Guevara, o al thriller Baader-Meinhof di Uli Edel. Inoltre, Assayas è un esteta che sa incastrare fatti e finzioni con una certa maestria. Però non è fesso e sa bene che chi tocca certi fili, prende la scossa. Tanto più che il dittatore venezuelano Hugo Chàvez, già ricevuto in pompa magna al festival di Venezia, ha espresso ammirazione per Carlos. «In finale, il terrorismo è un messaggio che uno stato manda a un altro stato. Quelli di Al-Qaeda, poi, non sono soldati, ma martiri. E Carlos, coinvolto in giochi geopolitici, non avrebbe mai accettato di fare il martire. Così non l’ho glorificato, ma mostrato com’è». La realtà è che, al cinema, tira più un sicario in giacca di pelle vintage che un bravo ragazzo contemporaneo.