IL FILM CHE VALE ZERO

Le fiamme stanno divorando la California. Ma chi avrà appiccato il fuoco? Bush per distogliere l'attenzione dalla guerra in Irak? Condoleezza Rice per avere mani libere in Iran? E i vip in fuga dalle ville non saranno forse al soldo della Cia, che in questo modo può manovrare contemporaneamente sul petrolio dell'Uzbekistan e sui kolossal di Hollywood?
Scusate, ma mi porto avanti. Prima che un Giulietto Chiesa qualsiasi elabori una proficua teoria del complotto, metto il copyright sull'idea (pagandone al massimo una manciata di diritti ad un amico che me l'ha suggerita). Magari ci scrivo un libro, poi produco un film. Dirò che serve a fare luce, intanto se non altro serve a fare soldi. E a passare pure per un tipo molto progressista, molto illuminato. Applausi.
Quanti ne sta prendendo, di applausi, Giulietto Chiesa? In questi giorni a Roma è stato presentato il film-documentario, «Zero. Inchiesta sull'11 settembre», tratto dal suo libro e lui va in giro come una madonna pellegrina. L'ho incontrato, per esempio, sul palco del Maurizio Costanzo Show. Dovevamo discutere, ma l'impresa è sempre difficile perché al personaggio è rimasta un concezione del dibattito piuttosto brezneviana: chi non è d'accordo con lui è servo del Satana americano. Mi ha risparmiato la purga per fortuna, forse è stato un gesto di generosità.
Alla fine della trasmissione mi guardava in cagnesco e non mi ha quasi salutato. Peccato. Perché io avrei voluto spiegargli che, come tutti i giornalisti, ritengo più che legittimo porsi delle domande. Per carità. Ma forse bisognerebbe dimenticare che se oggi possiamo porci qualsiasi tipo di domanda, anche le più strampalate, come le sue, è perché non siamo mai diventati quella succursale dell'Urss in cui Giulietto Chiesa e i suoi amici ci avrebbero volentieri trasformato. Lì l'unica domanda ammessa era quella per iscriversi al Kgb.
Per altro se non siamo diventati succursali dell’Urss è merito proprio dell'America tanto odiata dai Giulietto Chiesa. Sarà banale dirlo, ma allora perché loro continuano a riversare su quell'America non domande, ma valanghe di veleni, pregiudizi e sospetti? I sospetti si sa, non si possono verificare. E pertanto non si possono smentire. Che ci vuole a creare un sospetto? Nulla. E via, ritorniamo sempre lì: l'attentato dell'11 settembre? Chiaro: l'ha voluto Bush.
Il mondo ha già smesso da tempo di dare retta a queste voci. L'Italia invece no. Siamo sempre un passo avanti, noi. E così la mostra del cinema di Roma dedica la passerella al documentario, la Tv ne parla, Giulietto Chiesa e i suoi amici si presentano come eroi della libera informazione in dibattiti con annessa claque. Che bravi, che coraggiosi. E chi osa obiettare viene assoldato nella compagnia di giro, col ruolo del cattivo. Partecipi allo spettacolo, e non importa quello che dici: fai vendere più biglietti. In fondo, si sa, il complotto tira sempre. Con Lady D sono dieci anni che i tabloid vendono milioni di copie immaginando un complotto che non c'è. Figurarsi.
Come difendersi, allora? Semplice: non andando a vedere il film. E non partecipando a quei dibattiti. Io non lo farò più. Perché nel momento stesso in cui si accetta di discutere si dà valore. E invece quelle prove come tutti sanno, hanno lo stesso valore del titolo del documentario: «Zero». Quindi, risparmiamo tempo. E impieghiamolo piuttosto a inventarci anche noi qualche inesistente complotto che possa far cassetta. «La verità sugli incendi di Hollywood», non è fantastico? Ho già pronto il libro. La prefazione me la scrivono i pompieri di Viggiù.