Un film già visto con la resistenza alla Bossi-Fini

Ci risiamo. Ancora una volta le misure del governo per garantire più sicurezza ai cittadini vengono vanificate dallo zelo di alcuni magistrati. Il caso di Torino (con un giudice che lascia in libertà tre clandestini - forse spacciatori - che hanno mentito sulla loro identità) suona come l’ennesima ribellione politica alle nuove norme del centrodestra. Era già successo ai tempi delle espulsioni previste dalla Bossi-Fini, quando con motivazioni «variopinte» vennero accolti molti ricorsi contro il provvedimento di allontanamento dal nostro Paese. Esempi? Nel 2005 due giudici di pace di Genova assolsero e rimisero in libertà due clandestini extracomunitari, arrestati per inosservanza di un decreto di espulsione del questore, perché «privi di mezzi per espatriare». Un altro irregolare venne «graziato» a Palermo perché prossimo al matrimonio. Cavilli dietro i quali nascondere quell’idea di «resistenza» al volere sovrano del Parlamento. Qualcuno spieghi ai giudici che applicare certe leggi non significa appiattirsi sui dettami di una maggioranza forse «politicamente ostile», ma semplicemente fare il proprio dovere.