«Il film di Spielberg ha tradito il mio libro»

Parla Jonas, l’autore del volume che ha ispirato «Munich»: è giusto uccidere per rappresaglia

«Non è vero che la vendetta è sempre sbagliata. Da questo punto di vista il mio libro e il film di Spielberg, che pure segue spesso alla lettera il mio racconto, hanno uno spirito opposto. Per lui non c’è differenza fra terrorismo e guerra al terrorismo, fra uccidere un innocente ed eliminare un criminale. Per me sì». Tanto basta per segnare la distanza tra la pellicola (Munich, nei cinema da domani) e il libro che l’ha ispirata. Il racconto dell’ex agente segreto ventiduenne, a capo di una squadra di quattro 007 incaricati dal governo israeliano di scovare e uccidere i terroristi di Settembre nero, responsabili della strage di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 5 settembre 1972, ha un titolo che si spiega da solo: Vendetta (Rizzoli). Avner (nome fittizio dell’ex agente del Mossad che oggi vive nell’anonimato in Usa) decise di raccontare la vera storia della caccia ai terroristi di Monaco ’72 ad un giornalista, George Jonas. Jonas è ebreo, come Steven Spielberg. Il falco e la colomba.
Alcuni però hanno avanzato dei dubbi sulla veridicità del racconto di Avner.
«Sì è vero, molti. Sia quando il libro venne pubblicato per la prima volta nel 1984 sia adesso con l’uscita del film. La ragione è che molti dettagli sono dovuti ad una singola fonte e non possono essere verificati. Naturalmente mi sono posto subito questo problema. Ma dopo un anno di ricerche e viaggi in vari Paesi europei e in Medio Oriente, interviste a contatti in Germania, Francia, Israele e Usa, ho potuto concludere che il racconto di Avner era attendibile».
Israele ha mai preso una posizione ufficiale su questa storia?
«No, Israele non ha mai confermato ufficialmente di aver organizzato una missione per uccidere i killer di Settembre nero. Ma nessun governo l’avrebbe mai fatto, se non dopo molte generazioni, forse. Ma ho trovato moltissime conferme del fatto che il racconto di Avner sia vero».
Ha visto il film di Spielberg?
«Sì l’ho visto, segue abbastanza alla lettera il mio libro. Ma lo spirito è molto differente, anzi direi che è opposto. Il mio libro sostiene che c’è una grande differenza fra terrorismo e controterrorismo, fra uccidere un innocente e uccidere un criminale. Munich suggerisce che questa differenza non esiste. Il film di Spielberg vuol far riflettere sulla “trappola morale” in cui si incorre quando si combatte il terrorismo con le armi. Secondo me invece la vera trappola è non combattere il terrore».
Nel libro lei cita la legge del taglione come un giusto principio.
«È lo stesso Avner, nella prefazione a quest’ultima edizione, a spiegare che la loro missione derivava da una legge antica, imposta in Israele da Mosè: la frase “occhio per occhio, dente per dente” compare per tre volte nella Torah. È quella che i filosofi chiamano “reazione simmetrica”: il modo corretto per punire i mali è quello di far sì che sperimentino su di sé lo stesso male fatto agli altri. Lui dice anche che sotto il governo Sharon la legge del taglione è diventata uno strumento dell’esercito israeliano».
Vuol dire che l’occhio per occhio è il principio guida della politica di Israele in Medio Oriente?
«Nel 1972 la risposta di Israele alla strage di Monaco fu la vendetta, certo. Ma fu anche un’operazione di giustizia. Non aveva tanto lo scopo di annientare i responsabili dell’attentato, quanto di prevenire altri attentati. Non credo che questa reazione sia un principio solo israeliano, non più che di ogni altro Paese quando viene attaccato in quel modo».
La squadra di Avner eliminò 8 degli 11 uomini del commando palestinese. Fu un successo?
«A questa domanda è difficile rispondere. Certo, l’operazione di Avner e degli altri agenti israeliani non ha sradicato il terrorismo. Ma non era questo il banco di prova. La caccia ai criminali non elimina il crimine, ma chi se la sentirebbe di dire che è inutile? Il fatto tragico è che la carta geografica del mondo è tracciata con il sangue. Non c’è frontiera che non sia stata fissata se non per mezzo della vittoria. Ed è ipocrita da parte delle nazioni più antiche, che hanno tracciato i loro confini col sangue dei loro progenitori, voler applicare criteri di moderazione a Paesi più giovani, appellandosi alla morale o all’utilitarismo».
Nella stessa situazione oggi, secondo lei, Israele reagirebbe nello stesso modo?
«Penso proprio di sì. E anzi lo fa già. Sulla Cnn non è raro vedere le rappresaglie israeliane e gli omicidi mirati di capi del terrorismo palestinese».
Lei ha conosciuto personalmente Avner. Secondo lei ha mai avuto dubbi sul senso della sua missione di morte (come sembra suggerire Spielberg)?
«No, credo di no. Almeno da ciò che ho potuto capire parlandogli. Non ha mai avuto nessun rimorso per ciò che lui e la sua squadra hanno fatto. Quando l’ho incontrato per la seconda volta, dieci anni dopo la prima intervista, ancora sosteneva le ragioni assolute della decisione che il governo israeliano prese quando gli diede la missione. Sostiene di non aver mai nutrito sentimenti personali di ostilità nei confronti degli uomini che ha ucciso, ma ancora oggi considera la loro eliminazione fisica come un fatto richiesto dalla necessità e dall’onore».
Che ruolo ebbe Sharon in questa vicenda?
«Avner racconta che il generale Sharon era presente nella riunione segreta iniziale, insieme a Golda Meir. Non credo però ebbe un ruolo primario».
E l’Unione sovietica?
«Il Kgb diede un’assistenza logistica e strumentale ai terroristi».
Che cosa l’ha colpita di più nel racconto della caccia ai terroristi?
«L’idea innovativa di Israele di modellare le sue squadre anti Terrore sulle cellule terroristiche, nel senso di dar loro un obiettivo, e poi lasciando carta bianca su tutto e piena libertà di azione in tutta Europa come se fosse una cellula autosufficiente, con contatti minimi con l’esterno, in modo da ridurre la sua rintracciabilità e aumentare al massimo l’efficienza».