Un film su Piccolo grande amore E Baglioni reciterà se stesso

Il produttore Pecorelli prepara una pellicola ispirata al disco del 1972 che lanciò il cantante. «Racconteremo un’epoca storica, ma senza politica»

da Roma

Già. «Lei era un piccolo grande amore/solo un piccolo grande amore/niente più di questo.../niente di più», cantava a squarciagola Claudio Baglioni nel 1972, facendo fremere gli adolescenti dell'epoca con l'immagine di «quella sua maglietta fina/tanto stretta al punto che mi immaginavo tutto». Al cinema vanno di moda i titoli tratti dalle canzoni, soprattutto dopo Notte prima degli esami. Non è un caso, allora, se l'artefice di quell'esordio perfetto, il produttore cinquantenne Giannandrea Pecorelli, raccogliendo l'idea del collega e ora socio Matteo Levi, abbia deciso di portare sullo schermo Questo piccolo grande amore. Da quando s'è sparsa la notizia, siti e blog ribollono di commenti, per lo più favorevoli, anche se c’è chi trova «terrificante» l'ipotesi, ritenendo il motivo «una nenia insopportabile e zuccherosa».
In ogni caso, il progetto - copertina del disco inclusa - marcia a gonfie vele, sotto la supervisione dello stesso Baglioni, che forse si ritaglierà una particina. Ivan Cotroneo sta rifinendo la sceneggiatura, i provini per la scelta dei due protagonisti sono cominciati, il regista è già stato individuato, anche se i due produttori, che probabilmente troveranno in Medusa un partner decisivo, preferiscono per ora non farne il nome. Ai tempi di Notte prima degli esami in parecchi si negarono, e fu la fortuna di Fausto Brizzi, promosso da sceneggiatore a regista. Stavolta, invece, c'è la fila. Dice Pecorelli: «Non ci serve un clippettaro tutto dolly e montaggio frenetico, ma uno che sappia maneggiare la musica con fantasia, partendo da un tirante classico del cinema, quello che gli americani chiamano “a boy meets a girl”. Insomma, l'incontro tra un ragazzo e una ragazza».
Comunque si guardi alla cosa, bisogna ricordare che Questo piccolo grande amore nacque come un concept-album. Un filo rosso lega infatti le 15 canzoni, da Piazza del Popolo a Con tutto l'amore che posso, e proprio da lì è partito Cotroneo, escludendo l'ipotesi del musical, e accarezzando invece l'idea di usare i testi baglioneschi, uniti a frammenti musicali, come una sorta di io narrante. Spiega Pecorelli: «Mi sono rivisto musical come Hair e film come Parole parole parole. Ho capito che si poteva tentare qualcosa di diverso». In che senso? «All'epoca sentivo De Gregori, Bennato o i Deep Purple. Solo di recente, ascoltando con cura Questo piccolo grande amore, ho capito la storia nella sua interezza. Baglioni, partendo da una manifestazione studentesca dispersa dalla polizia, racconta l'evoluzione di un amore tra un ventenne e una diciottenne. Il colpo di fulmine al bar, gli amici che sfottono, lui e lei che si frequentano e fanno l'amore, l'arrivo della cartolina rosa (allora non c'erano i cellulari), lo sfibrarsi di quel legame a causa della distanza, l'incontro casuale a Porta Portese, con lui che la vede con un altro, la consapevolezza che quel sentimento è troppo grande per essere vissuto».
A che pubblico vi rivolgete? «Se riesce bene, sarà un film per tutti: i teen-ager, i fan di Baglioni, soprattutto coloro, e sono tanti, che almeno una volta nella loro vita hanno vissuto un grande amore». Pecorelli non pare preoccupato dall'abuso di quella parolina magica di cinque lettere - amore - nei titoli dei film. «Sciocchezze. Notte prima degli esami non la conteneva. Scusa ma ti chiamo amore di Moccia sì. Dipende. Bisogna che un progetto abbia anima e cuore per funzionare. E le dirò una cosa: sono i film che fanno gli attori e non viceversa? Nicolas Vaporidis non lo conosceva nessuno prima di Notte. Aveva fatto poche pose in una fiction e un film sfortunato di Oldoini».
Neanche gli anni Settanta, così difficili da ricostruire al cinema, sembrano un problema. «Cercheremo di essere precisi, attendibili, ma non racconteremo i Settanta politici. Puntiamo sulla storia d'amore, senza ideologismi, anche se, certo, lui incarna l'idea che si può cambiare il mondo». Del resto, anche gli Ottanta di Notte prima degli esami, sulle prime vennero accolti con scetticismo: «Troppo diversi i giovani di oggi, a chi interessa?», teorizzò più di un produttore. Che poi si mangiò le mani.