Il film sui moti di Reggio che nessuno distribuisce

Salvatore, Romano, il regista di <em>Liberarsi</em>, chiede l’intervento del ministro Bondi: è
pronto da 18 mesi, l’hanno bloccato perché è troppo di destra

«Quel film è troppo di destra e parla male dei comunisti». Così si è sentito rispondere Salvatore Romano, regista di Liberarsi - figli di una rivoluzione minore, film sui moti di Reggio Calabria del 1970. Che a distanza di 18 mesi dalla fine delle riprese è ancora senza distribuzione. E senza un perché. «Sapevo che era un film scomodo - dice Romano al Giornale - ma non fino a questo punto».
Il film racconta la storia di Pietro Lo Giudice, un ragazzo che solo con la morte della madre scopre che suo padre Antonio è una delle vittime di quegli scontri. E lentamente grazie a una ragazza, un sacerdote coraggioso e un misterioso dossier si avvicina a una verità difficile, inaccettabile anche a trent’anni di distanza, in un finale che richiama quello di C’era una volta in America.

Ma chi può avere paura di un film? Forse chi teme di far sapere che quegli scontri a Reggio Calabria, quelle barricate, i carri armati bersaglio delle molotov, lo spontaneismo armato che solo a battaglia persa indossò il cappello nero dell’Msi fanno parte di quelle lunghe notti della prima Repubblica, di quei misteri tutti italiani uniti dal filo rosso e nero della strategia della tensione. E sono proprio queste le ferite che il film, e la storia recente, non fanno mistero di voler riaprire.

La miccia che fece insorgere un intera città fu la decisione del governo di allora (siamo nel 1970) di assegnare il capoluogo della neonata Regione Calabria a Catanzaro, allora unica sede di Corte d’Appello. Fu subito rivolta, come racconta il film. Tutti i politici locali di allora, con l’esclusione del Pci, appoggiarono la sommossa popolare. Il Comitato d’azione per Reggio capoluogo era guidato dal missino Ciccio Franco (poi eletto senatore Msi), dall’ex comandante partigiano Alfredo Perna, dall’armatore repubblicano Amedeo Matacena senior e dall’industriale del caffè Demetrio Mauro.

È qui che si innesta la storia di Antonio, uno dei tanti ragazzi che si battevano per «liberarsi», che denuncia: «Qualcuno ci sfrutta per motivi politici». Alla fine degli scontri i morti ufficiali saranno cinque, tre civili e due agenti. Ai quali vanno aggiunti i cinque «anarchici della Baracca» morti in un misterioso incidente stradale mentre viaggiavano per Roma con in mano (si dice) le prove di una pista eversiva dietro la bomba sul treno Freccia del Sud di Gioia Tauro. Nel 1993 i pentiti di ’ndrangheta Giacomo Lauro e Carmine Dominici, dissero al giudice istruttore milanese Guido Salvini che «quelle morti erano figlie di una convergenza tra ambienti di estrema destra e ’ndrangheta». Ma questa è un’altra storia.

In cambio della perdita del capoluogo Reggio otterrà l’illusoria promessa del «pacchetto Colombo»: il Quinto polo siderurgico (mai partito) e della Liquichimica di Saline Jonica (costruita ma mai entrata in funzione). Anche per questo motivo il sindaco della città calabrese, Giuseppe Scopelliti, ha deciso di finanziare il film con 150mila euro. «Ce li siamo fatti bastare - aggiunge Romano - insieme a qualche altra sovvenzione». Anche perché gli attori hanno rinunciato al compenso, come conferma Giacomo Battaglia, attore comico reggino del duo Battaglia-Miseferi al Bagaglino, che per il ruolo di Don Pino ha ricevuto il premio Rivelazione alla 62ª edizione del Festival del Cinema di Salerno.

Ma nessuno poteva immaginarsi che il film avrebbe incontrato mille ostacoli. «Zero euro dalla Provincia di Reggio perché “si parla troppo male dei comunisti”. Ma perché, esistono ancora? È assurdo - dice ancora Romano - che nel cinema italiano film indipendenti e a basso costo come il nostro non abbiano possibilità di essere distribuiti». Medusa, dice Romano, ha fatto orecchie da mercante: «Mi hanno detto: “Noi distribuiamo solo commedie e film d’amore”». E la Rai? «Mi ha fatto sapere che è “troppo di destra”, che la Rai non ha il coraggio di distribuire film del genere».

Il commento finale di Romano, che invoca l’intervento del ministro della Cultura Sandro Bondi, non lascia scampo a equivoci: «Un importante distributore di origini calabresi una volta ha detto: “Un film sui moti di Reggio? Lo farei solo con un regista di sinistra”».