Il film sul terrorismo rosso rinuncia agli aiuti di Stato

Complimenti al coraggio. Anzi, all’impennata d’orgoglio. Ieri, dopo l’ennesimo polverone di polemiche, alla vigilia della conferenza stampa di lancio, il produttore Andrea Occhipinti ha «deciso di rinunciare al sovvenzionamento statale» per La prima linea, il film sulla stagione del terrorismo che ripropone l’assalto al carcere femminile di Rovigo con il quale il 3 gennaio 1982 Sergio Segio, l’ex comandante Sirio, liberò la fidanzata Susanna Ronconi e altre due detenute politiche. Nell’azione morì un pensionato colpito accidentalmente da una scheggia prodotta dall’esplosione di venti chili di tritolo, piazzati sotto le mura del carcere.
Liberamente ispirato a Miccia corta, il libro autobiografico scritto dal capo di Prima Linea, il film diretto da Renato De Maria è un caso da prima pagina fin dalla sua ideazione di oltre un anno fa, soprattutto per la richiesta avanzata dalla produzione di concorrere al finanziamento statale in quanto opera di interesse culturale nazionale. Per ammettere la domanda della Lucky Red alla quale avrebbe dovuto dare risposta un’apposita commissione il 16 novembre prossimo (prima dell’uscita nelle sale, che avverrà il 20), il ministro Bondi decise di fissare una serie di condizioni inderogabili. Titolo diverso da quello del libro di Segio per non fargli pubblicità; introduzione di personaggi di fantasia per definire meglio il clima di scontro ideologico dell’epoca; variazioni al copione originale comunicate tempestivamente; divieto ai protagonisti reali della storia di partecipare alla promozione per non offrire vetrine agli ex terroristi; ricavi del film interdetti alle tasche di Segio e della Ronconi.
Ma la scelta dei due protagonisti, il bello e maledetto Riccardo Scamarcio nei panni di Segio e la misteriosa Giovanna Mezzogiorno in quelli della Ronconi, avevano fatto temere una narrazione «apologetica» delle gesta dei terroristi rappresentati come «eroi romantici» o «utopisti fascinosi che sbagliano», quasi dei moderni Bonnie e Clyde.
La preoccupazione del ministro dei Beni culturali era di tutelare la memoria dei familiari delle vittime ed evitare che una stagione densa di tragedie, come già avvenuto troppe volte in passato, fosse raccontata con gli occhi e le parole dei carnefici. E, non a caso, si era voluto un coinvolgimento delle associazioni delle vittime nel controllo del copione originale. Lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva esortato più volte al rispetto di coloro che sono stati colpiti dalla follia criminale dei terroristi. E qualche giorno fa, quando al Quirinale ha ricevuto cineasti e attori, non ha mancato di ribadire una certa perplessità: «Non so se vedrò il film. Leggerò quello che sarà scritto, poi deciderò». Cautela, dunque, su tutta la linea.
Un paio di giorni fa, però, il film lo ha visto il ministro Bondi traendone un giudizio sostanzialmente positivo: «Una narrazione attenta ai fatti, cruda, che non costituisce, a mio avviso, un’apologia del terrorismo, ma anzi contiene una netta condanna delle responsabilità di chi si è macchiato di orrendi delitti in nome di un’ideologia criminale». Dunque, un’autorevole smentita agli eccessi allarmistici che avevano diffusamente preceduto la visione della pellicola. Fin qui il giudizio estetico e di contenuto del ministro. Al quale, però, ha fatto seguito un’articolata valutazione sull’opportunità di concedere il milione e mezzo dai fondi statali. Il ministro ha ritenuto «personalmente che la sopravvivenza nella storia del nostro Paese di rigurgiti di violenza politica, nonché il rispetto che tutti, a partire dalle istituzioni, dobbiamo alla memoria di tutte le vittime del terrorismo... imporrebbero di non usare fondi pubblici per finanziare questo genere di film». A questo punto, però, la rinuncia unilaterale dei produttori risolve il problema alla radice e rende superflua sia l’opinione del ministro sia la riunione della commissione incaricata di deliberare il contributo.
Sgravato dalla zavorra del finanziamento pubblico, il film di De Maria avrà l’opportunità di sfidare il mercato camminando solo con le sue gambe e forte - o debole - dell’apprezzamento del pubblico. Il produttore Occhipinti si rammarica per il fatto che, per rinfocolare la polemica, si sia «preferito da parte di molti concentrare l’attenzione sull’opportunità che lo Stato sovvenzionasse il film». Tuttavia, la valutazione di quella «opportunità» non è questione marginale, né riguarda solo l’uso del denaro pubblico. Ma attraverso questo, il coinvolgimento delle istituzioni in un’opera che affronta una stagione delicatissima della nostra storia, piena di ferite ancora aperte e di persone ancora profondamente segnate. Complimenti: rinunciando al finanziamento, il produttore ha fatto la cosa giusta.