Il film sulla munnezza che nessuno vuole

"Biùtiful cauntri" in concorso al Festival di Torino, racconta lo scandalo della spazzatura e i ritardi della giunta napoletana ma fatica ad arrivare nelle sale. Il produttore Cerri: "A questo punto lo distribuisco da solo"

Roma - Mentre il commissario De Gennaro invoca tempi supplementari come nelle partite di calcio, Biùtiful cauntri rompe gli indugi, entrando a gamba tesa nelle sale e magari farà gol nel periodo più difficile per il settore cinematografico, quando film prestigiosi si contendono il mercato. Dal sette marzo, infatti, gli italiani potranno vedere il perturbante documentario sull’emergenza ecologica in Campania, prodotto da Lionello Cerri e diretto dai campani Peppe Ruggiero e Andrea D’Ambrosio e dalla romana Esmeralda Calabria e questo sbarco al cinema, va detto, non è andato liscio come l’olio. Nonostante la potenza delle immagini, con quelle carcasse di agnellini avvelenati, che volano come stracci per aria, perché questi i giochi dei bambini di Marigliano, Quarto, Melito, Acerra, Giugliano, San Giorgio a Cremano, Pozzuoli, della provincia napoletana, insomma, ora sgranata in tivù come un rosario di dolore, intanto che la casta prende tempo; nonostante le preziose informazioni veicolate dal racconto-choc, dove una zoomata su una bufala tirata su a diossina ti leva, per sempre, la voglia di comprare mozzarella prodotta col suo latte di povera bestia attossicata, nonostante, infine, Biùtiful cauntry abbia avuto successo al Torino Film Festival, dove critica e pubblico erano d’accordo sulla necessità di mostrare la spaventosa Cernobyl a un passo dal cuore di Napoli, qua si rischiava la fine della figlia di Don Camillo: napoletanamente, «Tutt’ a vonn’ e nisciuno s’a piglia».

La Mikado e l’Istituto Luce, infatti, in un primo momento parevano interessati a distribuire il film sulla «munnezza», visto il pieno di consensi alla rassegna morettiana. Ma il rischio di un effetto Gomorra, mentre cadeva il governo Prodi e non si sapeva con chi trattare, ha paralizzato le trattative sulla distribuzione d’un prodotto decisamente scomodo. C’era da togliersi un Bassolino dalle scarpe, comunque, e nessuno, magari, voleva farlo per primo, nel Bel Paese dove ci si entusiasma per le storie Usa, manipolate da Michael Moore, o per Le ragioni dell’aragosta, come titolava il docufilm di Sabina Guzzanti (così bonario da piacere a destra e a sinistra), ma non per i crudi racconti made in Italy. «Volevo trattare questo documentario come un bambino, che va protetto e seguito passo dopo passo e credo proprio che avrà l’attenzione d’un pubblico preparato. Ho voluto distribuire io Biùtiful cauntri, perché così mi sento più sicuro. Adesso il film è molto più sulla notizia e questa è la sua stagione», dichiara Lionello Cerri, la cui Casa di produzione e distribuzione Lumière resta in splendida solitudine, nell’operazione cinematografica più coraggiosa dell’anno. Biùtiful cauntri, già nella trascrizione fonetica parodia del Bel Paese, così come lo conoscevano all’estero («Please, visit Italy», invocava Rutelli dal costoso sito, poi chiuso, per incentivare il turismo in Italia), parla chiaro e forte e deve farlo ora, non a giugno, quando (forse) la questione rifiuti sarà risolta. «E adesso, mandiamolo in onda in prima serata. E poi facciamolo girare in tutte le scuole superiori italiane», esortava a novembre Don Luigi Ciotti, animatore dell’associazione antimafia Libera. Il lungo applauso del pubblico torinese, all’anteprima del film, l’aveva colpito.

Già, le scuole e la questione educativa, invocati a proposito del pompato documentario In fabbrica, presentato con grande enfasi e dispendio di soldi pubblici dalla Rai, melenso prodotto di Francesca Comencini: qualcosa di allineato, che Raitre manderà in onda a mezzanotte, a San Valentino, quando i ragazzi non vegliano davanti al piccolo schermo, per un film sulla classe operaia, che non va più in paradiso, ma brucia direttamente in fabbrica. E non in fabbriche-modello, come la Brembo, l’unica immortalata dalla Comencini, che agli operai in colorata t-shirt aziendale fa dire battute come: «L’operaio è quello che si dà da fare», oppure: «Ok, sono stanco, ma ho dato il meglio di me ed è bello». Nessuna piaggeria, invece, in Biùtiful cauntri, dove, con filologico rigore, è questione di amianto e di animali morti, di ecomafia e di criminalità organizzata: drammatiche attualità, che non restano fuori dal campo visivo, tanto per non disturbare il manovratore. «Immagini tremende, che conosco bene. Mi hanno colpito soprattutto le testimonianze umili e dolenti dei pastori, che si vedono avvelenare l’erba ed è ovvia la responsabilità politica della sinistra e di Bassolino», spiega il presidente di Legambiente Ermete Realacci, uno che, certo, non vota a destra.