Il film sulla strage in Norvegia finisce sotto accusa: «Sciacalli»

RomaIl bene non fa rumore, il male invece sì. E se l’inglese mamma Kercher e l’italiana mamma Scazzi deprecano i media senza scrupoli, che lasciano nell’ombra le rispettive figlie, barbaramente uccise, per dirigere altrove il loro cono di luce, sessantanove famiglie nordeuropee ora insorgono contro il regista russo-americano Vitaly Versace e il suo produttore George Anton. I due, infatti, cercano visibilità sulla pelle delle vittime di Anders Behring Breivik, il 32enne estremista di destra, autore della strage di Utoya.
Prima ancora di battere il ciak d’una pellicola all’insegna dello sciacallaggio, Versace e Anton hanno postato su YouTube una clip dell’erigendo film di 1 minuto e 10 secondi, dove un sosia di Breivik, sull’isola di Utoya, cerca furiosamente qualcuno da ammazzare a colpi di fucile e usando pallottole dum-dum, quelle che esplodono all’interno del corpo. «Altro che trailer: ho visto soltanto la stessa scena sanguinaria, che ho vissuto a Utoya quel 22 luglio», dice Adrian Precon, il giovane sopravvissuto alla strage, fingendosi morto.
È stato lui, attivista del Partito Laburista Norvegese, a ricostruire le dinamiche di quel mattino di follia, quando sull’isola norvegese si è materializzata l’eliminazione fisica di un gruppo di ragazzi norvegesi, tra i 16 e i 25 anni, ad opera di un loro connazionale. E adesso gli tocca riavvolgere il nastro di quei tremendi momenti solo perché un oscuro regista di film grossolani come Born to mafia cerca il suo quarto d’ora di celebrità.
Naturalmente, le famiglie delle sessantanove vittime e l’intera classe politica norvegese fanno fronte comune e intanto hanno chiesto alla Polizia norvegese di far rimuovere dalla rete il trailer incriminato. Tra Oslo, Copenaghen e Stoccolma, insomma, acque agitate da un’ondata di denunce, querele e richieste di risarcimento da parte di chi, dopo il danno, deve subire anche la beffa.
«Non voglio che gli ultimi istanti di vita di mia figlia Hanne diventino materia per un film», avverte Per Balch Soerensen, il padre di Hanne Fjalestadt, l’eroica dottoressa danese, che fu uccisa da Breivik mentre, col suo corpo, faceva da scudo ad alcuni ragazzi norvegesi. Nonostante tutto, Versace e Anton mandano avanti il loro progetto, da realizzarsi entro il 2012, né si negano alle numerose interviste richieste dai media scandinavi e Usa. «Il fatto è che, col nostro film, vorremmo calamitare l’attenzione sull’uso delle armi in America e far rivedere la legge», si difende il produttore, che intanto, sul poster di Utoya Island, ha fatto mettere un’arma da fuoco, col suo bravo segnale di divieto.
«È l’evento più grave mai accaduto in Norvegia. Non prendiamo certo le difese del killer: ritengo sia uno stronzo, che ha bisogno di assistenza psichiatrica. Quella di Oslo è una tragedia e sono sicuro che qualcuno stava pensando a un film. Sono solo il primo ad averlo fatto», commenta Vitaly Versace, mettendo le mani avanti. Certo, nella tradizione cinematografica americana abbondano i film con sanguinose sparatorie al centro: dal western al poliziesco, i generi basati sull’uso della violenza non si contano. Ma qui l’impressione è che si cerchi pubblicità - quindi soldi -, per un prodotto a basso costo, distante anni luce dall’ oscarizzato docufilm di Michael Moore Bowling For Columbine.
La Versace Entertainment non fornisce alcuna garanzia di serietà (un titolo recente? The Last Vampire on Earth, mix di horror e vampirismo d’accatto) e il ricordo di quella mattanza è reso ancor più doloroso dal brevissimo lasso di tempo intercorso.