"Filmacci di Natale? Una flebo al cinema"

Dopo il bollino rosso in tv ad <em>Amici miei</em>, il padre della commedia
all’italiana parla dei cinepanettoni: &quot;Aiutano finanziariamente le
produzioni di nicchia. La critica ha sempre stroncato le pellicole
divertenti&quot;

Roma - Come il polipo tenace, che i pescatori sbattono sugli scogli per ammorbidirlo e, invece, non muore, anzi, tende i tentacoli e indurisce la carne, il cinepanettone di fine d’anno, scaraventato in un mare di polemiche, s’è fatto più vispo e vende cara la pelle. Finora Natale a Beverly Hills, «film di interesse culturale e nazionale» con gran disdoro dei tipini fini (la destra non confonda popolarità con volgarità, ammonisce la Fondazione Fare Futuro), ha incassato oltre 14 milioni di euro. E mentre Michelle Hunziker e Christian De Sica, protagonisti della pellicola, promettono di farla finita con le parolacce (la prima, anche con i cinepanettoni), una questione prevale sul bla-bla. Chi decide che cosa è volgare e che cosa non lo è? Chi stabilisce, insomma, se il cinepanettone sia, o non sia, l’ultima spiaggia dei beoti col fegato a pezzi? Una persona c’è, e autorevole assai, capace di dire qualcosa di definitivo sulla querelle, che pare l’affare Dreyfus dei cinematografari. Si tratta di Mario Monicelli, novantacinque primavere ancora ariose, 65 film come regista e altrettanti come sceneggiatore, e tanta cultura, che ricorda pure (la battuta è di Rosi). Il padre riconosciuto dell’unica, vera commedia all’italiana, per mantenersi in gamba vive da solo, come uno studente. Sempre al Rione Monti, poco distante dalla moglie Chiara Rapaccini e dalla figlia Rosa, però in totale autonomia, col letto dietro a una tenda e la cucina all’ingresso.

Mario Monicelli, ha visto le polemiche su «Natale a Beverly Hills»?
«Non ho visto, perché non posso più leggere i giornali. Ci vedo molto poco, anche con la lente d’ingrandimento e gli occhiali. Però quei film di De Sica per Natale li conosco, ne ho visti alcuni».

Si discute se il cinepanettone sia robaccia popolare oppure un film di genere, che salva il nostro cinema. Che ne pensa?
«Credo che il film popolare, di grande successo - a parte la qualità -, dia alimento anche al cinema più difficile e più rigoroso. Questo scambio c’è, esiste. È solo uno scambio finanziario. Non di certo culturale».

Per difendersi dalle critiche, De Sica tira in ballo la commedia all’italiana. Trova analogie tra i cinepanettoni e i suoi film?
«Anche le mie commedie all’italiana vennero trattate malissimo dalla critica del tempo. I miei film venivano ritenuti spazzatura, soltanto perché erano di successo. Quanti critici autorevoli ho avuto contro! Il fatto che i miei film fossero divertenti li rendeva sospetti. I filmacci della domenica si sono sempre fatti, anche tra i Cinquanta e i Sessanta e, nell’economia generale, i film di Natale sono importanti: danno forza al cinema, che è mezzo morto. E, comunque, la commedia all’italiana, quando la facevo io, veniva molto mal considerata».

Come giudica la qualifica «di interesse culturale e nazionale», attribuita a «Natale a Beverly Hills», mentre il cinema d’essai stenta?
«Chi pensa a un’educazione culturale eccelsa del pubblico, fa bene a sconsigliare il cinepanettone, che danneggia la conoscenza, il linguaggio e il sentimento del cittadino italiano. Però esso permette ai registi di esprimersi e agli attori di farsi conoscere».

Quanto alle parolacce, che condiscono film del genere, se ne potrebbe fare a meno, per smuovere la risata?
«Non c’è bisogno di sconfinare nella volgarità, per far ridere. Nel mio film I soliti ignoti non circola una sola parolaccia, eppure la gente ci si diverte ancora. L’abbondanza delle parolacce, nei cinepanettoni, dipende soltanto da chi ne scrive le sceneggiature. Spesso gente priva d'immaginazione, di cultura, di fantasia».

È il caso di mettere dei paletti alla volgarità. O no?
«Certo che se ne devono mettere! La volgarità è la cosa più diseducativa che esista, per il pubblico. Soprattutto perché, vedendo e sentendo che la volgarità è premiata e ha successo, si veicola l’idea che si possa e si debba essere volgari».

Per Christian De Sica «Pane, amore e fantasia» di suo padre Vittorio era il «Natale a Beverly Hills» dell’epoca. È d’accordo?
«Sono d’obbligo i distinguo: Pane, amore e fantasia era un film delizioso e gentile, di grande qualità. Un film, che non presentava volgarità. Magari, una mezza parola, o un gesto... Perché Christian De Sica si ostina a mettersi in bocca sempre suo padre? Lo lasci stare. Chi fa spettacolo dev’essere responsabile».

Come vede il remake del suo «Amici miei», annunciato da De Laurentiis?
«Sarà difficile renderne lo spirito, tutto toscano, dell’epoca. I rifacimenti sono fatti per far quattrini: si cerca d’approfittare del successo del primo film e, con lo stesso titolo, arriva il remake. De Laurentiis ha un cognome illustre, ma bisogna vedere se riesce a mantenersi all’altezza di suo zio Dino e di suo padre Luigi, grandi produttori e grandi registi. Cosa che lui non è».

A proposito dei tempi che corrono: «Amici miei» è stato trasmesso in tv col bollino rosso. Secondo lei, perché?
«C’è sempre una commissione di censura. Può darsi che abbia ragione. Eppure, con Amici miei sono cresciute tre generazioni di spettatori. La cosa, per me, non è così importante».