In un filmato i rom al «lavoro»: rubano anche gli abiti ai poveri

Dopo il caso Bovisa aumentano i furti nei raccoglitori: danni al terzo settore

(...) di insediamenti abusivi spalmati sul territorio, dove c’è chi non dà tregua neppure ai vestiti destinati ai poveri. Quelli che non fanno rumore.
Sono circa 430 i bidoni, gialli o bianchi, amministrati dalla Caritas ambrosiana (225), dagli enti non profit e dalle cooperative convenzionate che gestiscono il recupero dei materiali e dei capi ancora in buono stato. Tre cassonetti su quattro s’incontrano sui marciapiedi, senza spese per l’amministrazione comunale, che su questo stipula accordi specifici. I restanti poggiano su aree private (parrocchie, circoli e affini). Pier Vito Antoniazzi, presidente della cooperativa «Città e Salute» (fa capo a Compagnia delle Opere), spiega il meccanismo degli aiuti e del riciclo. «La maggior parte dei milanesi lo ignora. Diciamo che il 90 per cento degli indumenti gettati, a causa dell’usura, non possono essere donati direttamente ai meno abbienti. Vengono perciò venduti alle aziende specializzate nella cernita dei tessuti». Sul mercato, questo tipo di «merce» vale 18 centesimi di euro al chilo. Solo cinque anni fa il prezzo era 25 centesimi, ma la crescita del settore ha fatto calare le tariffe di un terzo. Manca ancora un 10 per cento. «È la quantità che viene regalata agli indigenti - riferisce Antoniazzi -, si tratta di vestiti subito utilizzabili dopo la sterilizzazione». Un lavaggio energico, una stiratura, e l’avanzo di stagione per qualcuno diventa il pezzo forte del guardaroba per chi ha bisogno. «Non va dimenticato, poi, il 10 per cento del ricavato dalla vendita del materiale, che torna alla Chiesa e al terzo settore per finanziare progetti di utilità sociale».
Dalle parole ai numeri. Nel 2007 la Caritas ambrosiana (tramite la cooperativa “Vesti solidale”), in città, ha raccolto attraverso i bidoni gialli 1.400.000 chili di roba; “Città e salute” un altro milione di chili; “Humana People to People” 54.600 ma in soli 18 contenitori. In media, i milanesi hanno gettato due chilogrammi di vestiti a testa. Risultato ottimo, ma un problema c’è. I furti. «I cassonetti per strada non sono sorvegliati, qualsiasi lucchetto è facile da spezzare», testimonia Antoniazzi. Di nuovo gli sciacalli. «Sempre più di frequente troviamo i bidoni vuoti o rovesciati sull’asfalto, per colpa delle “gazze ladre” a caccia di griffe a costo zero». Praticamente all’ordine del giorno nei dintorni delle baraccopoli, da via Dudovich al cimitero di Lambrate, guarda caso proprio due tra le «mete» preferite dalle famiglie rom allontanate dalla Bovisa. «Così, con gli abiti esposti alla polvere, allo smog e alla pioggia, perdiamo tutto il materiale. Oltre a dare al cittadino un’immagine di disordine e abbandono. Tutto ciò è scoraggiante, anche perché se ce lo chiedessero - con moderazione - noi i vestiti li regaleremmo. E poi, qualcuno per rubare ci è rimasto secco».
Zingari, vandali, ricettatori di professione, baby gang. Se si considera che ognuno dei 430 cassonetti può contenere anche 450-500 chili di abiti al mese, il conto del danno è presto fatto. Insomma, due paia di pantaloni pesanti, una maglia di lana, un cappotto e le scarpe: fanno 1 euro in meno al volontariato. La Caritas, dai rifiuti, ha ricavato 735mila euro in aiuti dal 1998 al 2006, dagli anziani nelle periferie ai rifugiati del Darfur. Ottantamila l’anno passato. Ma non è finita. La «guerra tra disperati» fa altre vittime: le decine di lavoratori svantaggiati - disabili fisici e psichici - impiegati nella raccolta, a rischio licenziamento. Gli sciacalli, a spasso (eppure protetti), «sbranano» anche loro.