Un filo africano lega i terroristi in Spagna, Gran Bretagna e Italia

Non solo Medio Oriente. Le analisi del Sismi rivelano: ecco dove sono i campi di addestramento dei kamikaze che puntano dritti alle capitali europee

Gian Marco Chiocci

da Roma

Mai termine fu più appropriato per Al Qaida: network del terrore internazionale. Il doppio attentato di Londra - il primo composto da una cellula pakistana, il secondo da una cellula mista etiope-somala - dimostra come la holding sanguinaria di Osama disponga di sottostrutture operative ramificate in ogni angolo del pianeta, Italia compresa. Per gli attentati di Madrid e Casablanca, furono i marocchini del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» a seminare morte e distruzione; per l’11 settembre americano ci pensarono 15 sauditi; per l’Irak migliaia di mujaheddin allevati nelle moschee occidentali combattono ogni giorno agli ordini del luogotenente di Bin Laden il giordano Al Zarqawi; per l’Indonesia, da Bali alle Filippine, ci pensano i «pirati-kamikaze» del comandante qaidista Abu Sayyaf a piazzare bombe in chiese, autobus, ristoranti; per l’Egitto la «base» si appoggia ai Fratelli Musulmani e alla Jihad e perché no, ai beduini. E via così. Al Qaida è ormai ovunque, anche se sembra inattaccabile proprio nelle enclavi del corno d’Africa - Somalia, Etiopia, Sudan, Kenya, Eritrea e Yemen - dove sarebbe stato concepito il secondo attacco nella City, e da dove provengono i predestinati al martirio del 21 luglio.
Stando a un’analisi strategica del Sismi, sviluppata in raccordo con le indagini sugli attentati di Madrid e Londra (l’arresto di Osman Hussein - che a Forte Braschi identificano come etiope - è la quadratura del cerchio) vi sarebbero accenni specifici a personaggi «italiani» del centro e nord Italia collegati alla «Nuova Jihad Somala», organizzazione pro-Al Qaida, composta da ex combattenti in Afghanistan, specializzata nel sequestro di cittadini occidentali. I collegamenti si farebbero più robusti con riferimento al gruppo Al Ittihad Al Islamia (Unità dell’Islam) che vanterebbe supporter e «location» nel nostro Paese, come rivelano alcune annotazioni d’intelligence, l’ultima delle quali indicherebbe nella moschea romana di Al Harmini in via Gioberti (già oggetto di inchieste giudiziarie) e in quella di Centocelle, un luogo di transito di personaggi provenienti dalla moschea di Motta di Livenza (sospettata in passato di aver offerto rifugio a soggetti ricercati perché appartenenti al Gspc) incaricati di provvedere al riordino delle cellule centromeridionali.
La sottile linea rossa che da Londra rimbalza su Roma, sfiora la zona dell’Ogaden tra le località somale di Bohotleh, Baduiem Galcaio e quelle etiopi di Uardere e Domo, battute da «kamikaze» itineranti europei addestratisi in appositi campi finanziati da un importante istituto bancario «gestito» dall’imprendibile sceicco miliardario. Il controllo di una di queste «palestre» per terroristi sarebbe all’origine della devastazione del cimitero dei caduti italiani a Mogadiscio del gennaio 2005, guidato dal guerrigliero Adan Hashi Aeru del sottogruppo radicale «Ayro» ma ordinato dalla colonna qaidista che si muove fra la Somalia e lo Yemen, eterodiretta da Abu Takha «al Sudani», dal kenyota Fazul Abdullah Mohammed (protagonista dei 200 morti degli attentati alle ambasciate Usa di Kenia e Tanzania) e da Fahid Mohamme Ally Msalam, detto «il maestro», regista della strage di Mombasa. In questo filone si va a incastrare il peregrinaggio europeo fatto dal somalo Ciise Maxamed, un apparente signor nessuno, che ripetutamente spunta nei fascicoli della Procura di Milano e Brescia a proposito dei preparativi d’attentato in Italia da parte di una cellula appartenente all’organizzazione Ansar Al Islam.
Le sponde africane della Al Qaida «europea» convergono soprattutto in Somalia, nel sito commerciale di Bosaso usato come testa di ponte per l’invio in Afghanistan di mujaheddin, provenienti dall’Italia, e al confine con l’Etiopia dove due colonnelli di Osama avrebbero sfruttato l’alleanza con il gruppo «Harakat Al Halas al Islamy» (Movimento di salvezza islamico) per all’allargare l’esperienza del campo di addestramento a Ras Komboni, nel sud somalo al confine con il Kenya, e soprattutto nel campo di Afgoi dove si sarebbe «allenato» uno degli attentatori del bis londinese legato alle etnie somale e kenyote contigue ai fondamentalisti migiurtini di Abdullahi Yousuf e a quelle degli Abigal con base a Mogadiscio. Il padre spirituale del movimento «Al Ittiat al Islamia» è un certo Hassan Daheir Awes: ha due fratelli che vivono e pregano a Brucegrove, periferia nord di Londra.