Il filo-fascista Buscaroli e la Stampa conformista

È giusto parlare con un autore considerato ideologicamente «nemico»? La risposta, di per sé, dovrebbe essere abbastanza semplice: non solo si può, ma si deve. Per stroncarlo, per criticarlo, per capirlo meglio... È il sale della discussione culturale, e della democrazia. Io ascolto quello che tu hai da dire, non mi piace, ti rispondo. Semplice.
Mica tanto. Da tempo il livello di intolleranza percepita nelle nostre «aree culturali» si sta alzando. Pierluigi Battista - uno che sui rapporti tra intellettuali e politica ha appena scritto un libro, I conformisti (Rizzoli) - ha riflettuto molto sui casi più recenti di ostracismo contro gli intellettuali non graditi. La libreria milanese che non vende l’ultimo libro di Bruno Vespa, considerato troppo berlusconiano. Lo scrittore di sinistra Vincenzo Consolo che ritira la presentazione al nuovo dvd di Roberto Saviano, reo di aver rivendicato alcuni intellettuali di destra fra i propri maestri. Lo scrittore Paolo Nori messo sotto processo dai suoi «compagni» perché decide di collaborare con Libero, giornale troppo di destra. Eccetera.
Oggi dobbiamo registrare un nuovo caso, ancora più curioso e insidioso. Una settimana fa l’inserto «Tuttolibri» della Stampa intervista il musicologo Piero Buscaroli in occasione dell’uscita della sua autobiografia, Dalla parte dei vinti (Mondadori). Un normale esempio di cronaca culturale. Se non fosse che Buscaroli da qualche lettore è percepito troppo di destra, anzi «filo-fascista». Ed ecco arrivare lettere ed e-mail di protesta ad alcuni blog letterari e alla stessa Stampa. Il senso è: siamo stupiti e indignati perché un quotidiano come La Stampa dà spazio a un fascista e alle sue «vergognose elucubrazioni» (virgolettato). Bene. Anzi male. La storia potrebbe finire subito, cestinando le lettere. Invece, ecco che ieri La Stampa - come se fosse accusata di «collaborazionismo culturale» - si sente addirittura in dovere di dare una spiegazione (se non una giustificazione...) alla propria scelta. Il pezzo di Ferdinando Camon intitolato «Perché guardiamo in faccia Buscaroli» è - come dire? - impeccabile. Ma inutile. Dire che bisogna leggere tutto, anche il Mein Kampf, per poter davvero conoscere e combattere con le armi dell’argomentazione il «nemico», è talmente giusto da risultare superfluo. Tradisce una coda di paglia e appare - come si dice? - una pericolosa excusatio non petita. Una manifesta (auto)difesa per compiacere il pubblico pagante.