La filosofia dei ragazzi Google «Fare i miliardi divertendosi»

A Courmayeur arrivano 1.500 dipendenti che nell’ombra lavorano in una delle aziende più importanti del mondo. Raccontano la loro vita: il 20% dell’orario è dedicato alla ricreazione Ma nel 2005 hanno fatturato 5 miliardi di euro

nostro inviato

a Courmayeur (Aosta)
Qui non sono stati invitati gli algoritmi: anche la generazione Google ha un volto. Bianco, afro, mediorientale. Millecinquecento ragazzi. Hanno scavalcato il monitor per presentarsi: piacere, sono le ombre che vogliono cambiare il mondo. Perché loro stanno dietro, sempre. Lavorano perché un miliardo di persone ogni giorno accendono il loro computer e chiedono di dargli una risposta. Le ombre servono a questo: zero-uno, uno-zero. Il binario digitale che diventa umano. Forse è questo il segreto di Google: rende vivente una macchina. La risposta è il risultato di una formula matematica, ma si capisce che dietro quella schermata c’è un mondo.
Lì ci sono loro: hanno tra 25 e 35 anni, tutti. L’azienda comunica che sono 2.500 in tutto il mondo, anche se qualcuno sostiene che in realtà siano il doppio. Le ombre non si contano, però. A Courmayeur sono arrivati in mille e cinquecento da 17 paesi. È il raduno dell’azienda. «Privato. Non sono ammessi esterni». Ma Google non può essere privata: è di tutti. Allora anche qui si devono chiudere. Partecipanti e organizzatori hanno firmato contratti di riservatezza che vietano di dare informazioni all'esterno del Forum sport center, il palazzetto dove in tre giorni l’universo Google scoprirà le prossime mosse. Poi il relax: snowboard, escursioni, arrampicate. Dove non si sa. Quando neppure. Mistero. Che poi fa parte del gioco: si dice che arriveranno anche i capi, Sergey Brin e Larry Page. Se arriveranno, lo faranno su due voli diversi: hanno paura che un incidente o un attentato possa annientare la spina dorsale dell’azienda. Dicono anche che vivranno da reclusi, circondati dalla Digos di Aosta e dai carabinieri. Voci. Poi magari qui non si vedranno neppure. Sono i numeri che alimentano tutto: l’azienda vale in borsa 152 miliardi di dollari, cresce al ritmo del 90 per cento all’anno, nel 2005 ha fatturato 6,1 miliardi di dollari, cinque miliardi di euro. Dieci anni fa era solo un’idea, un gioco di parole facile e divertente. Oggi è una macchina da soldi.
Brin e Page assumono a ripetizione: Quality Rater, Agency Relationship Manager, European Vertical Markets Associate. Nomi complicati, altre ombre. Centinaia. Felici e contenti, tutti. Di quelli che sono arrivati qui, nessuno cambierebbe mestiere. Google è il futuro. Per loro anche il massimo. Fortune l’ha messa al primo posto tra le cento aziende in tutto il mondo dove è più bello lavorare. I ragazzi non possono parlare, ma di questo parlano: «Le risorse umane sono una priorità. Si vede. Si sente. Questo per noi significa non valutare la professionalità di un soggetto sulla base all’abito che indossa ma da come si comporta nella vita lavorativa di tutti i giorni».
Lavorare in Google significa avere un posto anche per il cane: «È il luogo dove passiamo la maggior parte della giornata. Allora abbiamo la dog policy. Permette ai dipendenti di portarsi appresso il fido a quattro zampe, così lui non resta a casa da solo e anche il suo padrone è più felice». In Googleplex, la cittadella dell’azienda in California, si gira in monopattino, ci sono sale massaggi, piscine, palestre, pareti da arrampicata, campi da basket e da beach volley, cucine e bar, angoli relax, sale giochi con tavoli da biliardo, ping pong. Dici, l’America. Invece in Italia è uguale: «Da noi la mattina ci si trova in cucina per fare colazione, si pranza a tavola tutti assieme, lo stagista e il manager, e ci si sfida a calcio balilla prima di tornare al pc». È filosofia aziendale, questa. Il consiglio di amministrazione invita a trascorrere il 20 per cento dell’orario di lavoro in cose che interessano veramente. È il relax creativo: «È previsto anche dai nostri contratti». Da Google nessuno se ne va. La regola del 20 per cento garantisce che nessuno si possa annoiare. Poi così è nato Google News: è stata l’idea di un dipendente durante una pausa. Giocava con una pista per le macchinine e si chiedeva come fosse finita una gara di Formula Uno. Non aveva la tv, solo il computer. Fu lui a inventare l’algoritmo che mette in fila e aggiorna le news di tutto il mondo in base a una formula matematica. Anche dietro una notizia, c’è sempre un’ombra.