Una filosofia del ritratto che mette al centro il valore della persona

Da Van Eyck al Ghirlandaio, da Pisanello al Mantegna: i sentimenti prendono forma

Tra le novità culturali del Rinascimento c’è anche una nuova concezione del «ritratto». Questo genere, in voga dall’antichità, passa dall’idealizzazione trecentesca ad una maggiore aderenza alla realtà fisionomica, e da una dimensione essenzialmente pubblica a una privata. Vediamo: nel Medioevo non mancavano i ritratti, anche se piuttosto rari. Simone Martini, ad esempio, aveva dipinto un ritratto della Laura di Petrarca, uno dei primi ritratti europei indipendenti in pittura, dai tempi antichi. Lo stesso artista nel 1317 aveva immortalato il re di Napoli Roberto d’Angiò nella tavola con San Ludovico da Tolosa, conservato oggi nel Museo di Capodimonte a Napoli. Ma, nel primo caso, si trattava di un’immagine celestiale, paradisiaca, in sostanza idealizzata, come scrive lo stesso Petrarca nel suo Canzoniere. Nel secondo, forse un po’ più vicino alla realtà, si sottolineava soprattutto il personaggio, il re, al di là della sua reale fisionomia. All’artista e al pubblico non importava tanto il modello reale, quanto la sua tipizzazione come re, o condottiero, o donna amata e via dicendo.
Tutto cambia nel Quattrocento. Proprio lo studio della classicità, la riscoperta dell’uomo come artefice del proprio destino, focalizzano l’attenzione sulla persona, pubblica o privata. Non solo principi, ma banchieri, mercanti, intellettuali, personaggi comuni si fanno ritrarre. E non solo per mostrare il proprio stato sociale, ma soprattutto per farsi ricordare dai posteri, o come dono e omaggio alle persone care: «Leal Sovvenir» («Fedele Ricordo») scrive Jan Van Eyck sul parapetto dipinto nel Ritratto detto “di Tymotheos” del 1432, della National Gallery di Londra.
È una grande rivoluzione. Volti, atteggiamenti, gesti dell’effigiato devono essere reali, ricordare la persona in carne ed ossa, di cui molto spesso non si riporta neppure il nome, tanto è riconoscibile dal destinatario: un neo, una piega del labbro, addirittura un bitorzolo come nel Nonno con nipotino del Ghirlandaio, sono sufficienti a evocare affetti e sentimenti privati. Ed è un dilagare di effigi in pittura, scultura, bronzo.
Le raffinate monete, fuse a cera persa, e non coniate, ispirate alle antiche, riportano profili caratterizzati di personaggi di rilievo, con iscrizioni relative a virtù e indole, in competizione con i ritratti letterari. Maestri come Pisanello e Niccolò Fiorentino immortalano in splendide medaglie le rispettive fattezze di Leonello d’Este, volto magro e chioma leonina, e di Lorenzo il Magnifico, largo naso, mento pronunciato, fossette e capelli lunghi, ben ravviati.
Alla statuaria antica guardano anche gli scultori che, su esempi della romanità, modellano e scolpiscono mezzi busti in abiti del tempo, con le loro fisionomie, spesso riprese da impronte dirette su visi vivi o morti. Un lieve movimento del busto frontale o di tre quarti rende ancora più somigliante l’effigiato. Esempi? Il realistico Niccolò da Uzzano di Donatello, col suo sguardo ironico, la struttura ossea in risalto, la cura di ogni dettaglio. O l’altrettanto veritiero marmo con Piero de’ Medici detto il Gottoso, scolpito da Mino da Fiesole nel 1463 ed oggi al Bargello di Firenze.
La ricerca di caratterizzazione fisionomica riguarda anche la pittura, che ritrova tuttavia scarsi modelli superstiti della classicità, a causa della tecnica più deperibile. Ad elaborarne di nuovi, e molto belli, è il mondo nordico, con Jan van Eyck e Robert Campin, che negli anni Trenta del secolo cominciano a ritrarre con grande realismo membri della corte borgognona, funzionari e mercanti attivi in Fiandra. Jan van Eyck, ad esempio, riprende i suoi personaggi su fondo scuro (Uomo dal turbante rosso, Giovanni Arnolfini, Il cardinale Albergati, “Tymotheos”), di tre quarti, e non più di profilo, come nella tradizione gotico-cortese. O li inserisce in ambienti reali, molto dettagliati, come quella splendida camera da letto de I coniugi Arnolfini. Hans Memling ritrae umanisti e mercanti fiorentini residenti a Bruges, con in mano monete antiche e sullo sfondo paesaggi fiamminghi. Affascinanti variazioni sul tema sono quelle di Rogier van der Weyden e del franco-fiammingo Jean Fouquet.
I pittori italiani, in quegli anni Trenta ancora legati a una raffigurazione di profilo su fondo neutro, memore delle piccole figure di committenti inginocchiati ai lati dei quadri sacri, fanno tesoro della lezione fiamminga. Le tavole nordiche, collezionate in Italia e in Europa, rappresentano esempi preziosi per la modernità di impianto, la nuova tecnica a olio, capace di particolari effetti di luce, e la descrizione analitica di oggetti e ambienti. Comincia così una fertile stagione di ritratti, che vede all’opera in Italia Antonello da Messina, Filippo Lippi, Ghirlandaio, Mantegna, Piero della Francesca e tanti altri. Chi può non pensare al bellissimo Uomo con medaglia di Botticelli (1475), che dal mondo fiammingo riprende lo sfondo paesaggistico, l’impostazione frontale, lo sguardo volto verso lo spettatore, cui mostra una grande e bella moneta col ritratto di Cosimo de’ Medici, pater pariae? O al suggestivo Ritratto d’uomo del museo di Cefalù, di Antonello da Messina, che vivacizza il modello nordico, con un sorriso arguto, rimasto proverbiale?
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