Il finale di partita

La seduta del Senato di giovedì è destinata a entrare nei manuali di politologia. Ciò a cui si è assistito, infatti, non era mai accaduto prima d'ora nella vita di un Parlamento. Neppure ai tempi della Terza Repubblica francese, quando le maggioranze si facevano e si disfacevano a seconda delle opportunità contingenti. In questo caso, infatti, si è andati oltre: la maggioranza era introvabile, al punto che l'opposizione è riuscita a metterla in crisi ricorrendo all'inedita tecnica del patchwork.
La seduta entra nel vivo al momento del voto della mozione presentata da Renato Schifani, che guida in aula il maggior gruppo dell'opposizione. Il documento non passa per due voti. Storace e i suoi due seguaci, infatti, al fine di testimoniare la propria esistenza in vita, decidono di non votarlo. Fin qui si è nella fisiologia della vita parlamentare: l'opposizione, seppure per un soffio, non diventa maggioranza. E la maggioranza deve ringraziare un piccolo gruppo che, utilizzando legittimamente le armi in suo possesso per accrescere il proprio peso, consegue il risultato di salvarla.
Il bello giunge allorquando s'iniziano a discutere i documenti presentati dai «frondisti», ovvero da quei «pezzi» della maggioranza che non intendono rinunziare a metter su carta i motivi della loro differenziazione. A questo punto l'opposizione, facendo confluire i propri voti su parti specifiche di quei documenti, riesce nel risultato di approvare una mozione che suona come censura nei confronti dell'operato del governo. La maggioranza, infatti, nel tentativo di raddrizzare il senso politico del documento, viene battuta in due votazioni consecutive: la prima volta per sette voti (149 a 156), la seconda addirittura per tredici (145 a 158). A questo punto, prende atto della situazione e si affretta a ritirare la sua mozione, nel tentativo di limitare i danni mediatici. Il Presidente Marini le dà una mano, ritenendo tardiva la richiesta del senatore D'Onofrio di fare proprio il documento ritirato, evitando così che la mannaia torni ad abbattersi su di un capo ormai penzolante.
Fin qui, come si dice in gergo, la «nuda cronaca». Passando al commento, va detto senza giri di parole che la maggioranza in Senato si è squagliata. Essa, infatti, non si è limitata a subire la dissidenza di una sua sola parte. È caduta sotto i colpi di frange che muovono in direzioni politiche differenti. Le motivazioni dei «diniani», infatti, non sono quelle di Bordon e Manzione che, a loro volta, sono diverse da quelle del senatore Rossi. E si potrebbe continuare... Chi ha assistito alla seduta, d'altro canto, di tale situazione ha avuto una chiara percezione visiva: la povera senatrice Anna Finocchiaro, capogruppo di quel che fu l'Ulivo, non sapeva più a chi dare i resti. Mentre provava ad acchiapparne due, tre ne scappavano da un'altra parte.
Va senz'altro messo nel conto che la Rai è argomento in grado d'eccitare ogni tipo di dissidenza, ma ritenere che si sia trattato di un episodio sarebbe un errore. Nella crisi della maggioranza vi è, infatti, qualcosa di strutturale legato alla nascita del Partito democratico, che ha modificato equilibri già di per sé precari. Ed oggi ai conti interni al nuovo partito, non ancora del tutto saldati, si aggiunge la rivolta degli esclusi che si prospetta come endemica e permanente.
Guardando alla sostanza politica di quanto accaduto, anche un bambino comprenderebbe che la situazione per il governo si è fatta ingestibile. Al punto da ritenere masochistico che esso decida d'affrontare la legge finanziaria in tale stato di salute. Di questa evidenza, d'altro canto, si è fatto splendido interprete il Presidente della Repubblica il quale, alla domanda dei giornalisti che gli chiedevano se fosse preoccupato per la situazione determinatasi in Senato, ha risposto di essere contento per i lavori di restauro della stazione Mergellina (...). Non sappiamo se l'ironia sia stata intenzionale. Essa, in ogni caso, esprime meglio d'ogni commento il clima da finale di partita che stiamo vivendo.
Gaetano Quagliariello