«Finalmente canto Ma che fatica convincermi a farlo»

La figlia di Fabrizio pubblica il suo primo cd Io non sono innocente. «Ho dovuto obbligarmi a farlo, la musica è il centro della vita»

Paolo Giordano

da Milano

Solo un po’, bisogna aspettare solo un po’ prima che i suoi occhi si stanchino di sgattaiolare impauriti e rimangano fermi qui, in questo ufficio della casa discografica, velati dal fumo della Marlboro e dall’entusiasmo, mentre le dita tamburellano sulla copertina del ciddì, il suo benedetto ciddì di esordio.
Luvi De Andrè, quanta fatica prima di mettersi finalmente a cantare?
«Ho dovuto violentarmi perché senza violentarmi un po’ non combino mai nulla. Stavolta l’ho fatto e mi è riuscito questo colpo di reni».
Possibile che a lei, alla figlia di De Andrè, non sia venuto in mente prima?
«Ho trascorso tanto tempo a prendermi in giro, a fare di tutto per non ammettere che questo lavoro è proprio l’unico punto fermo della mia vita».
In questa frase c’è proprio tutta Luvi De Andrè, Luisa Vittoria che ha la forza negli occhi di suo padre e il volto morbido di mamma Dori, la ragazzetta che nel ’97 era sul palco del tour di Mi innamoravo di tutto, che ha cantato qui e là senza prendersi impegni, che ha vissuto nell’ombra di una luce accecante, anche paurosa per una figlia che si è presa il lusso di scappare ma che ora ha fatto i conti e scopre che il suo punto fermo, quell’equilibrio magico e doloroso di vita amore passione speranza, è inevitabilmente nella musica, la sua musica e non quella di famiglia.
Perché ha deciso di intitolare il ciddì con un drammatico Io non sono innocente.
«Nessuno è innocente quando vuole cambiare la sua vita però perde tempo soltanto a parlare della difficoltà di farlo».
Ma quale è stata la difficoltà più grande?
«Io ho sempre lottato con le mie due facce, quella aggressiva e quella timida, tremendamente timida. Quando si scontrano, si rimane immobili a farsi domande, a trovare scuse per non scegliere».
Che cosa direbbe suo padre ascoltando Io non sono innocente?
«Me lo sono chiesto tante volte. Non posso dirlo, non so dirlo. Però apprezzerebbe la mossa di provarci, lo sforzo di mettermi in gioco dopo tanto tempo».
Anche lui capirebbe il peso enorme del confronto.
«Ma io sono sempre andata d’accordo con il mio cognome, suona anche così bene... Mi sono accorta troppo tardi di quello che era mio padre. Aveva la dote grandissima di scendere nell’anima di una generazione, anche di quelle più giovani, e forse per questo è riuscito ad amalgamarne così tante. Da piccola canticchiavo le canzoni di mamma, che mi ha aiutato a rapportarmi con il resto del mondo. Poi ho fatto la corista per Anime salve di papà e lì è iniziata un’altra fase della mia vita».
Quella fase si compie qui, nelle dodici canzoni che ha prodotto con Pietro Cantarelli e con Claudio Fossati, anche lui figlio di, anche lui musicista, con il quale vive da anni nella casa sopra Chiavari, spazzata dalla lama della tramontana e isolata dalle luci della mondanità perché, dice lei, «prima di andare da Fazio io non ero neanche mai entrata in uno studio televisivo, per carità».
Luvi, sembra che lei abbia sempre voluto vivere tra parentesi.
«Pensi che sognavo addirittura di fare la stilista di moda, poi me ne sono andata prima di far quagliare la cosa. Ho sempre avuto paura di non risultare quello che sono. Per questo io non sono innocente».
Non «era» innocente: ma adesso ha preso la decisione.
«Ora tutto è nuovo, ma voglio scavarmi un percorso per poter realizzare quello desidero. La musica è il mio futuro. Di questo disco ho studiato tutti i testi parola per parola, ci abbiamo impiegato tre anni per registrarlo. Ma abbiamo anche avuto molte pause, qualcuna lunga mesi».
Però il risultato è una sorpresa: più che i suoni di casa, le sue canzoni hanno tracce di Radiohead, Coldplay, U2, persino di soul. È un macramè imprevedibile.
«Mi piace da matti stare in studio a ricamare. E mi piace il rock, la voce di Chris Martin dei Coldplay. Io sono insicura e rimanere in studio è un piacere, tutto il resto è uno sforzo. Lo sarà anche quando inizierò a cantare dal vivo, per ora solo sei brani che stiamo provando. Ma che fatica».
Ecco perché ha dedicato una canzone a Ismael, il marinaio girovago e tentennante del Moby Dick di Melville.
«Mi è sempre piaciuta la metafora della balena bianca che cerchiamo a tutti i costi di nascondere ma che alla fine inevitabilmente torna a galla nella nostra vita».