«Finalmente ho imparato la mia lingua»

«La nazionalità non è importante: quello che conta è vivere insieme arricchendosi reciprocamente»

Quella che poteva sembrare una trovata goliardica (o poco più) si è trasformata, per Paolo Giulini, oggi criminologo e docente alla Cattolica, in un’occasione unica. In grado di cambiargli la vita, o quasi. A metà degli anni ’80, con una decina di amici, decise di promuovere una scuola di bulgaro. «Un’avventura che mi avrebbe finalmente permesso di conoscere la lingua di mia madre Letanka» dice oggi. «Non sapevo che poche parole: lei si era sempre rifiutata di insegnarmela e persino i miei nonni erano soliti parlarmi in francese».
Una scelta in apparenza bizzarra.
Non proprio. La mia famiglia, con l’arrivo del regime comunista, cadde in disgrazia per motivi politici: il mio bisnonno, Vassil Radoslavov, è stato per anni primo ministro di zar Ferdinand I, nonché fondatore del partito liberale bulgaro. Solo l’intervento di mio padre riuscì, a metà degli anni ’60, a mettere in salvo i miei nonni facendoli arrivare in Italia.
E sua madre?
Alla fine della seconda guerra mondiale si trovava a Losanna, dove studiava Economia, e dove conobbe mio padre. Non rientrò in patria. L’avrebbe fatto solo anni più tardi, una volta diventata cittadina italiana, per vedere i genitori.
Che cos’è per lei la Bulgaria?
È un Paese fantastico. Non riesco a starne lontano: l’ho scoperto a metà degli anni ’80 e da allora ci vado tutti i mesi, anche solo per un paio di giorni. Mi piace la gente, ospitale e affabile, e, soprattutto, la musica.
Lei è stato il primo a portare in Italia la chalga, un genere che coniuga i ritmi gitani con la cultura urbana bulgara.
Nell’autunno del 2000, al Palalido, ho promosso, insieme ad alcuni amici, una quattro giorni di festa balcanica con concerti, mostre e degustazioni. In quell’occasione ho incontrato Claudio Agostoni, il responsabile musicale di Radio Popolare, oggi co-autore di Ratka Piratka.
Di che cosa si tratta?
È una trasmissione dedicata proprio alla musica balcanica di ispirazione rom.
Sulla scia di quella targata Goran Bregovic.
Non esattamente. Bregovic è stato molto furbo nel costruire il proprio personaggio e far credere alla gente, in Occidente, che la musica balcanica fosse la sua. Non è così.
Fin qui la passione. E il lavoro?
Sono tutte passioni. È vero, però, che la mia attività principale è un’altra e riguarda il Centro italiano per la promozione della mediazione (Cipm), da me ideato, che, tra l’altro, è stato il primo in Italia a realizzare, in collaborazione con il carcere di Bollate, un programma di recupero degli autori di reati sessuali. L’obiettivo è evitare che, una volta fuori, ripetano simili crimini.
Si sente più italiano o più bulgaro?
Per me la nazionalità conta poco. Mi piacerebbe poter vivere tutti insieme, approfittando delle diversità per arricchirsi.
È possibile farlo a Milano?
Dipende. Anni fa si parlava di Milano come della città con il cuore in mano, in grado di accogliere tutto e tutti. Da allora molte cose sono cambiate. Anche se, ne sono certo, molti stranieri stanno meglio qui che altrove.