Finalmente per l’America è il 12 settembre

Dopo dieci anni di attesa e di dolore, il Paese rialza la sua bandiera
in segno di vendetta e di liberazione. Non è la fine della guerra al
terrore, anzi: i rischi sono ancora più elevati. Ma ora c’è la speranza
della vittoria

Questa è l’alba del 12 settembre. L’America alza la sua bandiera, per vendetta e per liberazione: non è finita, è cominciata. Ci sono voluti dieci anni, però finalmente questo giorno è arrivato. Nessuna morte è mai stata così dolce per gli Stati Uniti, neanche quella di Adolf Hitler. Poteva essere solo un cadavere ad accompagnare il risveglio del primo giorno del post 11 settembre: serviva a un Paese ferito che non ha ancora smesso di chiedersi perché tremila innocenti siano sepolti sotto le macerie eterne di Ground Zero. Sangue lava sangue: l’America sa che uccidere Bin Laden non elimina il rischio terrorismo, anzi, semmai lo aumenta. Ma non importa adesso, perché i simboli contano più della realtà, perché il ricordo delle Torri che cadono trascinandosi dietro la tragedia più incredibile della storia aveva bisogno di un punto dal quale ripartire. Quel punto è Osama ucciso.
Può riprendersi l’America, ora. Può pensare finalmente di poterla vincere questa maledetta guerra al terrore globale. È come se abbia vissuto questi dieci anni in stand-by, ipnotizzata e narcotizzata dal dolore, dallo schiaffo, dalla sensazione di impotenza di quella mattina. Hanno contato i giorni, uno per uno: tremilacinquecentodiciannove con il Nord della bussola che indicava sempre e solo la morte di Osama. Come a dire: facciamolo fuori e poi seppelliamo davvero i nostri morti. Nove anni e otto mesi a girare attorno allo stesso problema, a cercare spiegazioni, appigli, agganci. Ci siamo svegliati all’inizio del millennio con le Twin Towers che si sbriciolano e abbiamo intuito che era finito un mondo. Abbiamo visto la più importante potenza mondiale trafitta, colpita nella città simbolo della sua opulenza e della sua grandezza. Abbiamo detto: siamo tutti americani. Poi ci siamo chiesti che cosa fosse l’America. La risposta sono stati questi anni in cui un Paese intero non s’è dato pace, in cui ogni anniversario è stato scandito con l’elenco dei martiri dell’islamismo, in cui l’appoggio alla guerra al terrorismo non ha creato divisioni, ma unità. L’America è stata se stessa, anche senza vivere davvero: è stata il nostro modo di sentirci liberi, è stata il contraltare di una campagna oscurantista globale che ha cercato di islamizzare il pianeta con le bombe, con gli attacchi subdoli, con la sharia d’esportazione.
L’America ha aspettato il giorno del risveglio per rivendicare tutto quello che è e quindi tutto quello che odiano i suoi nemici: il capitalismo, la democrazia, la libertà. C’è qualcuno che ha fatto il gioco sporco dall’interno, qualcuno che in fondo ha fatto il tifo per gli altri, perché questa è stata ed è una guerra di identità, culture, visioni del mondo e del futuro, e c’è chi da noi si sente di dover aiutare l’avanzata del nemico. L’hanno fatto subito dopo l’attacco a New York: quella strana sensazione di inadeguatezza che una certa parte dell’Occidente ha avuto e ha nel condannare la violenza islamica che ha lasciato tremila morti sbriciolati in due giganti di acciaio e cemento buttati giù dagli aerei bomba di Al Qaida. È stata la voglia di pensare che l’America e noi ce la siamo cercata. La morte di Bin Laden è la risposta: è lui che se l’è cercata, è lui che stava dalla parte sbagliata.
Siamo qui, adesso. L’orologio è ripartito, come quei film dove la magia sta nella sospensione del tempo. Sono film americani, perché gli Stati Uniti hanno il coraggio e la presunzione di pensare che si possa veramente fermare il tempo. In questa storia loro l’hanno fatto metaforicamemte: stop, riavvolgi, play. New York sta costruendo altri grattacieli: ha avuto la tentazione di non farlo più, ha sentito il mormorio del resto del mondo, di quelli che si spaventano, di quelli che hanno voglia di non calpestare i piedi a chi non vuole che il pianeta si prenda il futuro. La paura l’ha sconfitta alzando lo sguardo e trovando il suo spazio naturale ancora lì, in verticale. Alto, sempre più alto, perché gli altri vedano, perché gli altri capiscano. Basta col pudore, basta con la preoccupazione di dare fastidio all’islam, basta con la vergogna per essersi sentiti tutti colpiti al cuore. Tutto quello che è successo dopo ha scavalcato la tragedia: la guerra in Irak, reputata sbagliata e illegittima a scoppio ritardato, ha alimentato il sentimento antiamericano che è cresciuto in Europa e persino in una parte degli Stati Uniti; le centinaia di notizie sul carcere di Guantanamo hanno portato nell’oblio i morti innocenti dell’attentato alle Torri Gemelle per dare dignità solo alle storie dei reclusi in tuta arancione. La paura di giustificare la reazione considerata sproporzionata ha fatto prendere le distanze: l’Europa e l’Occidente pensavano di ritrovare se stessi, almeno. Invece hanno trovato, un anno dietro l’altro, la stessa dinamica, un ciclo fatto di assuefazione al terrore: i nemici aggressivi e noi sempre un po’ impacciati. Gli Stati Uniti hanno avuto compagnia sul campo, in Afghanistan, ma hanno molto ballato da soli nello spirito. Hanno piantato le bandiere nei giardini, sulle finestre, sulle magliette, su tutti i grattacieli di Manhattan. Con tutto il loro essere arroganti e spacconi hanno nascosto un dolore che i tremilacinquecentodiciannove giorni non hanno placato. Doveva arrivare il momento in cui ripartiva la storia. L’America non si vergogna più di piangere.