Finalmente li chiamano terroristi. Il calcio ferma B e C

Per la prima volta la procura contesta l’aggravante dell’eversione. Arrestati in quattro. <strong><a href="/a.pic1?ID=220118">L'agente della polstrada indagato per omicidio</a></strong>: &quot;Ha sparato ad altezza uomo&quot;. Tensione per i funerali di domani. Le curve sono piene di <strong><a href="http://stage.ilgiornale.it/a.pic1?ID=220124">coltelli, soldi e odio per gli sbirri</a> </strong>ma <strong><a href="/a.pic1?ID=220135">il calcio ferma la B e la C</a></strong>. <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=28"><font color="#ff6600">VIOLENZA, CHE FARE? Vota il sondaggio</font></a></strong>

Roma - C’era una regia «politica» dietro gli assalti di Roma al reparto volanti della polizia e alla sede del Coni. E dunque l’ipotesi di reato per il pomeriggio di pazzia ultras nella capitale, con 75 poliziotti feriti, potrebbe diventare «terrorismo». È la prima volta che la magistratura romana valuta di scrivere questa parola in un fascicolo che in altri casi sarebbe stato catalogato come «saccheggio», o «devastazione». È stata violenza politica, vogliono dimostrare i Pm romani, almeno per una parte dei teppisti. Non soltanto follia. Erano ultras, vandali, domenica a Roma. Ma con l’aggravante per alcuni, il sospetto, di essere «terroristi».

L’omicidio del dj tifoso della Lazio Gabriele Sandri, colpito dal proiettile di un poliziotto, ha innescato una violenza che non si vedeva dal G8 di Genova. Ma il timore è che Roma sia stato soltanto l’inizio: proprio a Genova potrebbe continuare la rappresaglia del tifo malato, il 17 novembre, in occasione del corteo no-global e del contro sit-in della polizia.
La violenza che torna in piazza. Contro i poliziotti, le forze dell’ordine. Per dare giustizia a Carlo (Giuliani), e a Gabbo, Gabriele, ammazzato all’autogrill da un poliziotto. Ma soprattutto per distruggere. È la guerra portata da una gioventù vendicativa, che non ha nulla a che vedere con movimenti pacifisti, o con il tifo sano. Una guerra contro chi ha la divisa. Si teme questo nella piazza di Genova, sabato prossimo.

E’ simile la violenza di Roma 11 novembre 2007 e di Genova, luglio 2001. Non a caso anche per il G8 si parlò di interferenze di ultras estremisti. Ma a Genova, dopo gli scontri di sei anni fa, non era stata terrorismo l’ipotesi di reato per la magistratura. I no-global arrestati sono sotto processo per devastazione e saccheggio. Violenza fine a se stessa. Nessuna regia, soltanto odio.
A Roma, invece, secondo la Procura, la violenza di domenica era furia per alcuni ultras, ma per altri era mossa anche da una «matrice politica». Chi indaga sta cercando di capire se gli incidenti siano stati frutto di un progetto sovversivo nelle frange dell’estrema destra. I sospetti si estendono ad alcune azioni con cui i teppisti avrebbero tentato di condizionare le decisioni delle istituzioni che gestiscono il calcio: da quelle sportive fino a ministeri e prefetture. Tanto che i quattro arrestati dopo lo scempio intorno allo stadio Olimpico non sono più stati processati per direttissima, come era stato annunciato: proprio per consentire agli inquirenti «ulteriori accertamenti». Una procedura mai utilizzata prima contro ultras o giovani scatenati, vandali.

Ora c’è l’incognita di una «vendetta» contro la polizia su due appuntamenti, in particolare: il giorno dei funerali di Gabriele, che si svolgeranno domani, a Roma, nel quartiere della Balduina. Ma più ancora sabato, a Genova.
Qui è in programma una manifestazione organizzata dal popolo no-global per contestare le condanne ai compagni accusati di vandalismo per gli scontri del 2001. Ma prima ancora aveva chiesto alla questura l’autorizzazione per svolgere una serie di sit-in «in tutte le piazze di Genova» il sindacato di polizia Coisp.
«Non sospenderemo mai i nostri sit-in - spiega il segretario del sindacato, Franco Maccari -. Non vogliamo lasciare spazio libero a chi dimostra di essere delinquente». Ci saranno rischi di scontri, di caccia all’uomo, conferma Maccari, da una parte meno controllabile del corteo. A Genova potrebbe confluire il tifo malato. L’odio per la divisa: «Il rischio c’è. Ci sarebbe stato anche prima, ma più ancora adesso. Gli apparati potrebbero chiederci di lasciare la piazza, non mi stupirei. Ma noi non accetteremo, anche se ormai è guerra contro la polizia».

Una guerra, racconta, che la gente ha visto dalle immagini in tv domenica, ma che «si svolge ormai tutte le domeniche», allo stadio.
Proprio per non alimentare quest’odio, attacca il segretario del Coisp, «una parte della classe politica si deve rendere conto che ha responsabilità enormi. Bisogna avere la decenza di non dire che la polizia è come il Cile di Pinochet. Perché chi ha meno sale in zucca lo prenderà come un alibi per qualsiasi violenza. Chi ha assaltato il reparto volanti e il Coni a Roma si è dato un’alibi dopo la morte di quel povero ragazzo. Ma non c’è nulla che giustifichi quelle violenze. L’unica reazione emotiva da rispettare è quella della famiglia. Tutto il resto non c’entra niente con il tifo, con il calcio». E’ violenza, odio. O terrorismo, come dice la Procura di Roma.