«Finalmente sono un ex»

F inalmente, posso dirlo. Era ora. Ventiquattro anni di memorie e interviste, ventiquattro anni inseguendo quell’immagine, l’urlo, la festa, Pertini, Zoff. Ieri sera a Berlino ho rivissuto quel momento, ho corso anche io, ho strillato, stretto i pugni, alzate le braccia al cielo, ho calciato il sesto rigore, non lo sapeva nessuno, ho abbracciato chi mi veniva incontro, senza sapere chi fosse, perché quando la felicità esplode non si sa più nulla e si sa tutto al tempo stesso. È cambiato il Paese, è cambiato il calcio, è cambiato il mondo, ma la fotografia del trionfo mondiale resta la stessa, guardatela bene con me, vedrete che ritroverete occhi di uomini stanchi e felici, stremati e in paradiso. La nuova generazione corre in fretta, forse troppo, dobbiamo darci tutti una regolata, questo successo dovrebbe servire appunto a capire, leggere, interpretare come il calcio sappia uscire dalla propria crisi, dai propri problemi. Lo hanno fatto i ragazzi di Lippi che viaggiavano nella nuvola di gas, quella dello scandalo e di altre cose cattive. Lo hanno fatto tenendosi uniti. Non è nemmeno vero che la nostra ombra, quella del mondiale di Spagna abbia condizionato in questi ventiquattro anni il cammino delle varie formazioni azzurre. E non è nemmeno vero che il trionfo di Berlino oscuri Madrid o le vittorie del Trentaquattro o del Trentotto. Anzi, è esattamente il contrario. Va ad aggiungersi a quelle, le esalta perché quattro titoli mondiali ci mettono alle spalle del Brasile, da soli, prima nazione calcistica europea, grazie a questi ragazzi, grazie alla mia generazione, grazie agli italiani degli anni Trenta. Potrei dire che tutti si sono ispirati a un mondiale vinto prima, quasi che davanti allo specchio ci si ritrovi più grandi, più forti, ripensando appunto a chi ti ha preceduto. Questa nazionale ha avuto la voglia di vincere. Sembra una frase fatta, un luogo comune ma chi non ha giocato a calcio non può comprendere. Quando si va in campo conta soltanto questo concetto, la voglia di battere l’avversario, chiunque esso sia. L’ho capito quando abbiamo battuto l’Australia. È stato quello il momento chiave, la svolta, il punto di ripartenza che ha dato al gruppo la forza e la consapevolezza di poter andare fino in fondo. C’è una certa analogia, in tal senso, tra la squadra di Lippi e la nostra dell’Ottantadue: lo spirito di gruppo, la coesione, anche se il nostro cammino fu più duro, considerati gli avversari incontrati prima della finale, l’Argentina e il Brasile, di Maradona e di Zico, per chi avesse smarrito la memoria. E quando il risultato arriva si gioca per forza di inerzia, si va in campo e si sa benissimo quello che si deve fare, quasi senza sforzo. Entrano in circuito vitamine naturali, vieni stimolato anche dall’ambiente esterno che prima non ti curva e poi ti coccola. Guardate quello che è avvenuto con Lippi, con i suoi ragazzi, con tutto il sistema calcio italiano. L’Italia ha saputo vincere grazie alla sua spina dorsale, che era poi il vecchio slogan di Enzo Bearzot: un grande portiere, un grande difensore centrale, un grande centrocampista e qualcuno là davanti che sappia mettere la palla in rete. Noi avevamo gli uomini che sapete, Lippi ha potuto disporre di Buffon, di Cannavaro, di Pirlo e Totti e di chi, in attacco, di volta in volta, Toni, Gilardino, Iaquinta, Del Piero, Inzaghi, ha sempre realizzato almeno una rete, senza trascurare l’apporto di personalità degli altri, come Gattuso. Ma se c’è un uomo che mi ha sorpreso, che mi ha stupito positivamente questo è stato Materazzi: ho trovato un ragazzo cambiato, più equilibrato, aveva bisogno di una iniezione di fiducia e ha risposto come nessuno poteva immaginare. Su Fabio Grosso devo ammettere che mi ero espresso negativamente, lo avevo criticato ma ci ha portato verso questo traguardo, con quel rigore da lui creato e con quel gol incredibile per lui stesso.
Ieri mattina ho ripensato alle ultime ore che avevano preceduto la nostra finale e ho trasmesso quella memoria alla squadra di Lippi: io avevo trascorso la notte senza chiudere occhio, disegnando la finale, pensando a quello che avrei dovuto e potuto fare, ne avevo parlato con Selvaggi e Oriali, compagni di insonnia. Lo stesso devono avere fatto Cannavaro e Zambrotta, Toni e Totti. Poi è arrivata la partita, poi è arrivato il gol e adesso siamo qui, fradici di gioia, già a pensare al ritorno in Patria, alla festa al circo Massimo. Questi ragazzi hanno un grande merito, superiore al nostro: hanno vinto per gli italiani che lavorano in Germania. Noi battemmo i tedeschi, d’accordo, ma in Spagna dove la presenza dei nostri lavoratori è decisamente inferiore a quella che si registra in Germania. Questo mondiale è stato invece di gusto doppio: prima hanno battuto i tedeschi e poi hanno vinto il titolo. È il riscatto sociale. Il calcio può avere questa funzione, il calcio pulito. Vorrei che da Berlino incominciasse un’altra storia anche per la nazionale italiana, vorrei che la coppa del mondo che io conservo in banca, perché non dimentico le mie origini, diventi la coppa del mondo di tutti gli italiani, un simbolo di prestigio sul quale costruire il nostro futuro. Ventiquattro anni dopo, grazie. Continuerò a urlare con loro.