Finalmente in tv il film contro Chávez bloccato dalla Rai

Lunedì <em>Current</em> trasmette il documentario &quot;La minaccia&quot; prenotato due anni fa da Riotta e mai mandato in onda

Al suono di I can see a liar degli Oasis, arriva lunedì sera alle 22.30 su Current, canale 130 di Sky, il documentario su Hugo Chávez che la Rai non ha mai voluto mandare in onda. Si intitola La minaccia, lo firmano due cineasti trentenni, Silvia Luzi e Luca Bellino, che ancora oggi, a due anni dalla fine delle riprese, non si spiegano perché il loro film abbia incontrato tanti ostacoli. Soprattutto in Italia, perché altrove è passato tranquillamente in tv (Giappone, Svezia, Finlandia) o uscito in sala (Repubblica Ceca, Brasile). Da noi no. Vale la pena di ricostruire questa storia di ordinaria distrazione, se non peggio, specie alla luce della recente passerella veneziana del caudillo venezuelano.

«Oliver Stone, col suo South of the border, si ferma alla versione ufficiale di Chávez, il nostro film racconta anche quella non ufficiale», attaccano i due documentaristi. E pensare che partirono dall’Italia con cinquemila euro quasi tifando per Chávez, l’ex colonnello dei parà che s’atteggia a discendente diretto di Simón Bolívar. Una volta sul posto, però, presero a indagare, a fare domande agli studenti, per capire meglio che cosa stava diventando il Venezuela. E cioè una dittatura «democratica», neanche troppo morbida. Prove a carico? Quaranta radio private chiuse d’imperio; la nuova legge sull’educazione con cambio dei piani di studio in chiave castrista; il definitivo passaggio, dopo un tentativo fallito, della legge che prevede la rielezione infinita, senza limiti di mandati, del presidente. «Por ahora», rovesciando il senso della locuzione più amata da Chávez, la situazione è questa. Per adesso.

La minaccia prende il titolo da uno studio militare americano del 2006. «Chávez e la sua rivoluzione bolivariana sono la più grande minaccia dai tempi dell’Urss e del comunismo», vi si legge. Nondimeno Chávez, inquietante mix di populismo, castrismo e dispotismo, tira diritto. I venezuelani continuano a votarlo dal 1998, riservandogli ogni tanto un salutare dispiacere. Come accadde il 2 dicembre 2007 quando, per 300mila voti, il presidente si vide bocciare il referendum sulla riforma costituzionale che gli avrebbe affidato poteri assoluti.

La storia del documentario, già nota ai lettori del Giornale, ha dell’incredibile. Ma ancora più incredibile è la sorte di cui è stato vittima sul fronte Rai. Scelto dall’allora direttore Gianni Riotta per uno speciale del Tg1, sarebbe dovuto andare in onda proprio il 2 dicembre 2007, giorno del referendum. Timing perfetto, giornalismo sul pezzo. Invece, all’ultimo momento, mentre a Caracas si votava, il documentario fu sostituito da un omaggio a Beppe Viola. I due autori aspettano ancora spiegazioni. E sì che al Tg1 avevano a disposizione uno scoop. La minaccia si apre infatti con un’intervista in esclusiva sull’aereo presidenziale. Chávez avverte: «Non farò la fine di Saddam Hussein. Lui non aveva carri armati e bombardieri, noi abbiamo i Sukhoi, gli aerei più moderni del mondo. Ascoltatemi: quando altrove finirà il petrolio, nel Venezuela ce ne sarà ancora molto. Per questo dobbiamo difenderci».

A esser pignoli, quando La minaccia fu selezionato per i David di Donatello, David Sassoli promise: «Rimedieremo presto, appena si saranno spenti i riflettori sulle elezioni di primavera». Invece nisba. La Rai fece decadere l’opzione, e il 28 novembre 2008 i due autori rientrarono in possesso del film, poi uscito in dvd. «Non parlerei di censura, ma certo tutto suona strano. Dopo oltre un anno di embargo ci siamo fatti questa idea: il nostro film presenta una lettura del socialismo di Chávez che certo non coincide con gli enormi interessi economici dell’Italia in Venezuela», azzardano Luzi e Bellino. Ricordando che l’Eni, proprio all’indomani del referendum del 2007, avrebbe firmato col Venezuela un accordo per la raffinazione del petrolio dell’Orinoco.

Eppure La minaccia è un esempio di buon giornalismo. L’intervista col «caudillo pop» (copyright Luca Mastrantonio e Rossana Miranda, autori di un bel libro sul tema) offre lo spunto per un’indagine ad ampio raggio. Così Luzi e Bellino mettono a confronto luci e ombre dell’era Chávez: la lotta a fame e analfabetismo e gli ospedali prossimi al collasso, il fervente sostegno dei ceti popolari («Il presidente è un uomo unto da Dio») e le paure della comunità italiana («Viviamo in un’economia fittizia, abbiamo paura di finire come a Cuba»), lo sviluppo del lavoro cooperativo e la rivolta degli studenti universitari dopo la brutale chiusura di RadioCaracasTv. I miracoli promessi dall’onnipresente propaganda governativa impallidiscono nel ritratto di un Venezuela squassato dalla criminalità nelle favelas, dall’imposizione di regole assurde o di idee strampalate, come ribattezzare Caracas «La culla di Bolívar». Per la cronaca: sarà un caso che i due cineasti, dopo essere stati fermati dalla polizia per alcune ore, corsero il rischio di vedersi sequestrare il materiale girato?