Il «Financial Times» sulle pensioni: Prodi scricchiola, non farà riforme

Prc e Pdci contro l’aumento dell’età pensionabile. Il governo prende tempo

Fabrizio Ravoni

da Roma

«Sulle pensioni voglio lasciare il segno», continua a ripetere Tommaso Padoa-Schioppa negli incontri più o meno riservati di questi giorni. Il Financial Times, però, sembra non crederci. In un commento sulla situazione italiana, l’organo della City dice apertamente che l’Italia non riuscirà ad introdurre le riforme strutturali necessarie; che, anzi, scivoleranno in avanti. Sempre che il governo abbia il tempo per farle. Il governo - scrive l’Ft - è alla «mercé dei piccoli partiti comunisti che sono contrari alle riforme strutturali. La coalizione scricchiola e il premier ha già sprecato l’opportunità per il cambiamento».
L’articolo, nella sostanza, mette in dubbio tutte le promesse fatte da Prodi ad Almunia. Il commissario europeo si è sentito ripetere da Prodi a quattr’occhi che il governo introdurrà le riforme delle pensioni, della sanità, del pubblico impiego e degli enti locali, scritte nel Dpef. E lo stesso presidente del Consiglio lo ha ribadito nella conferenza stampa di sabato a Villa Pamphili. Il quotidiano inglese avanza qualche dubbio a proposito. Dubbi che convincono il capo dello Stato a scendere in campo. «Il rispetto dei vincoli europei - dice Giorgio Napolitano - è una prova di europeismo». Questa prova, però, non è condivisa da tutta la maggioranza.
La conferma dei sospetti del Financial Times arriva dalle prese di posizione di Rifondazione comunista e dei Comunisti Italiani. Sia Franco Giordano che Manuela Palermi ricordano a Prodi e a Padoa-Schioppa che il Programma dell’Unione non prevede l’aumento dell’età pensionabile. Al contrario, quel Programma prevede l’eliminazione dello «scalone» previdenziale del 2008, quando per andare in pensione di anzianità sarà necessario avere 60 anni e non i 57 sufficienti oggi (con 35 anni di contributi). Quindi - è il ragionamento dei Prc e dei Comunisti di Diliberto - l’argomento «pensioni» deve essere cancellato dall’agenda di governo. Insomma, chiedono che Prodi venga meno agli impegni assunti con Almunia; e che Padoa-Schioppa si sentirà ripetere nei prossimi giorni dalla delegazione del Fondo monetario.
Esattamente il contrario di quel che sostiene Mauro Fabris. Il capogruppo dell’Udeur alla camera osserva che «se toccare la riforma Maroni significa creare tensioni, è meglio lasciare tutto così com’è e lo scalone di Maroni potrebbe diventare il male minore». Marco Follini si dice pronto a prendere in considerazione ogni ipotesi che consenta di adeguare l’età pensionabile alle nuove aspettative di vita. E proprio di aspettative di vita parla Piero Fassino, che fa capire di essere disposto a rivedere la riforma delle pensioni nella chiave attesa da Padoa-Schioppa. Con lui anche l’Italia dei Valori. «Senza riforme non si rilancia l’economia», dice Antonio Di Pietro.
Stretto fra le diverse posizioni della maggioranza, Prodi - come ipotizzato dal Financial Times - prova a prendere tempo, e ad accantonare l’argomento previdenziale. «Delle pensioni ne parleremo a gennaio», dice il presidente del Consiglio. Che prevede per quest’anno una crescita del pil vicina al 2%. Se così fosse, il governo dovrebbe riscrivere la legge finanziaria. E si sbilancia: lavoriamo per far crescere il Paese al 3%. Più cauto Enrico Letta. «L’accordo sul memorandum delle pensioni consentirà l’apertura di un confronto entro il 31 marzo prossimo», precisa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Come a dire: affrontiamo un problema alla volta; ed oggi sul tavolo c’è la legge finanziaria. Una tattica, però, che non va bene alla sinistra estrema. Che teme di essere chiamata a votare una manovra senza avere la garanzia che non ci sarà l’innalzamento dell’età pensionabile promessa da Prodi ad Almunia.
Da qui l’innalzamento dei toni di quei partiti della maggioranza che il Financial Times chiama «comunisti». E che non vogliono alcun intervento sulla previdenza. Ma Padoa-Schioppa sulle pensioni vuol lasciare il segno. Prodi, quindi, è stretto fra la tenuta della maggioranza o la fiducia dei mercati.