Finanza, così il generale Speciale ha respinto le pressioni di Visco

Le missive scritte dal comandante al numero 2 dell’Economia e ai giudici: trasferimenti immotivati

Venti giorni di scontro durissimo. Dal 13 luglio al 1° agosto 2006. Giorni di pressioni. Ingerenze. Fino addirittura alle minacce che il comandante della Guardia di finanza Roberto Speciale ha denunciato di aver ricevuto dal viceministro Vincenzo Visco. Al telefono gli avrebbe ordinato di azzerare i vertici delle Fiamme gialle della Lombardia. Altrimenti ne avrebbe pagato le conseguenze. Visco non sapeva però che le sue parole gracchiavano dal vivavoce del telefono di Speciale di fronte a due attoniti ufficiali, il colonnello Michele Carboni e il maggiore Cosentino.

Alla fine, però, la spunta Speciale. Riesce a stoppare i desiderata di Visco. Avverte la magistratura milanese, sollecita i suoi interventi. Ritrova i generali Italo Pappa, all’epoca comandante in seconda, e il generale Sergio Favaro, capo dei reparti istruzione, che erano stati «avvicinati» irritualmente dal politico. Coinvolge quindi tutti i generali di corpo d’armata, tanto da allegare all’ultima missiva a Visco, che firma il 31 luglio scorso e con la quale chiude la vicenda, il prospetto con i trasferimenti in corso, senza però quelli voluti da Visco. Con la firma quindi di tutti i grandi vertici della Guardia di finanza, Favaro e Pappa compresi.

La lettera di Speciale al viceminsitro serve ancora al comandante generale per ripercorrere una vicenda, anomala nelle richieste degli immotivati trasferimenti, irrituale nel coinvolgimento di generali che «saltano» di fatto il proprio numero uno, inspiegabile nella fretta con la quale la gerarchia milanese se ne doveva andare. Insomma, una pessima pagina da chiarire. Così Speciale ricorda al viceministro di aver bocciato quei movimenti, agendo «in piena aderenza alla normativa vigente». Azzerare le gerarchie di Milano non aveva senso, innanzitutto perché «i generali Pappa e Favaro, da me appositamente interpellati per iscritto, non hanno saputo fornirmi alcuna specifica motivazione in ordine alle necessità di trasferire gli ufficiali in parola». Secondo punto: la Procura di Milano ha «manifestato l’esigenza di garantire continuità nelle delicatissime attività investigative in corso».
Insomma, non solo non c’erano motivi, ma anzi, sottraendo i quattro ufficiali sarebbero saltate le «delicatissime indagini» in corso, ovvero quelle «concernenti i reati di turbativa ai mercati finanziari». Si legga scalate Popolare Lodi/Antonveneta, Bnl/Unipol Coop rosse. Perché è questo un altro aspetto che proprio in queste ore Vincenzo Visco sta affrontando con i finanzieri-consiglieri che lo aiutano tra piazza Mastai e il comando generale.

Visco si difende sostenendo che le indagini Unipol non c’entrano nulla. Una posizione difficile da mantenere. A Milano tutti i magistrati che si sono occupati di quelle indagini sanno benissimo che gli investigatori del «trasferendo colonnello Virgilio Pomponi indagavano su tutte le scalate, Unipol compresa». E la dimostrazione più evidente, palese è che le intercettazioni tra l’allora numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, e Piero Fassino, Massimo D’Alema e altri esponenti di primo piano del centrosinistra vengono raccolte proprio dagli ufficiali diretti dalle stellette che Visco voleva rimuovere. Urlando al telefono. Imprecando contro Speciale. Ma alla fine, in un silenziosissimo 1° agosto, letta la lettera, che pubblichiamo qui a fianco integralmente, Visco capisce che la partita è persa. E allora manda una risposta a Speciale che suona come una resa. «Ho ricevuto e letto la sua lettera n. 56686 del 31 luglio u.s. Vincenzo Visco».