Finanza ko Ora il mondo riscopre la forza degli Stati

Il rialzo dello yen completa lo smontarsi un pezzo dopo l’altro di quella macchina delle meraviglie che pompava denaro dall’Oriente nelle speculazioni dell’Occidente. I debiti sottoscritti a tassi lillipuziani con le banche giapponesi vengono chiusi, e la pompa che aveva nutrito i poveri mutui in Transilvania o i vampiri degli hedge fund funziona ormai all’incontrario. Ed è ovvio chiedersi quanto durerà la Cina.
Viene meno la seconda Bretton Woods, non dichiarata, e che però usava i surplus di merci esportate e i capitali dell’Oriente, per drogare la Borsa, i consumi, e i mutui degli americani. Un altro nesso globale si dissolve. E mentre gli analisti disputano se gli hedge fund che chiuderanno saranno un quarto o un terzo del totale, persino i fondi sovrani arabi scelgono di ritirarsi in patria. Quell’onda che sommergeva gli Stati con tutti i globalismi sovranazionali pensabili, sta cadendo su se stessa, e ne riaffiorano i singoli Stati. La situazione d’eccezione li ha confermati in un potere maggiore. Addirittura il governo laburista ha nazionalizzato le banche della City, costretto ai propri argomenti Paulson. A Berlino, come a Parigi, o a New York, gli Stati stimano loro i valori bancari e li allocano. Non hanno spesso né i talenti e neppure gli uffici per farlo; ma ci si stanno attrezzando. Chi avrebbe mai pensato che la Cassa depositi e prestiti in Italia potesse forse un giorno evolvere a una specie di Mediobanca? Eppure è tra gli esiti possibili, forse inevitabili, di questa crisi generale di tutto quanto è globale e sovranazionale.
Come infatti si può dire che il G7 abbia funzionato bene, se ognuno alla fine ha fatto alla sua maniera? E il Fmi? Perso in commediole erotiche fatica persino a salvare l’Islanda. La Bce reagisce, coi ritmi letargici di un panda, a una crisi estrema che richiederebbe la rapida ferocia di una pantera. E i parametri degli accordi di Basilea II? Lecito il dubbio che abbiano fatto più male che bene dimagrendo troppo i capitali delle banche nelle fasi positive del ciclo. E la Federal Reserve? Da ogni calare di ciglia e di tassi di Greenspan dipendeva, anni che paiono secoli fa, il ritmo del mondo. Ma adesso non c’è calo dei tassi che basti: il povero Bernanke pare sempre più il grigio professore che è.
E infine per quanto sia sovranazionale non è poi che le cose vadano male solo in economia. Si pensi alla Nato. L’avventura georgiana ha incrinato l’alleanza ben più delle minacce sovietiche per gli euromissili. La Germania se ne è andata per suo conto: non c’è stata a rischiare il gas russo, tanto meno a tornare una frontiera della guerra fredda. Italia, Francia, ognuna poi ha avuto qualcosa di diverso da dire. E lo Stato russo? Ma chi meglio dello zar Putin procurerà che sia la Russia ad avvantaggiarsi della grave crisi degli oligarchi.
Insomma il mondo sta girando, ormai in ritmo tragicomico, al contrario di come andava da almeno vent’anni. La qual cosa riguarda anche lo Stato più potente, quegli Stati Uniti intenti a una manutenzione straordinaria col mulatto Obama. Il quale con le sue pose assonnate, da cantante melodico scaltro, dovrà reimpostare tra l’altro anche il nesso economico con l’Oriente. E per quanto detto sopra giudicherei del tutto improbabile che si tratterà di un accordo globale. Cina e Usa giocheranno stavolta allo scoperto, i loro interessi non saranno più stavolta mascherati dalla globalizzazione. Si avvertirà palesemente quanto il rapporto tra le loro monete sarà deciso dal potere statale. E quanto poi alla Germania, a Parigi, persino all’Italia conteranno più di quella greve entità burocratica ch’è la Ue.
Geminello Alvi