Finanza, un moloch da ridimensionare

A distanza di oltre un anno dallo scoppio dello scandalo dei mutui sub-prime negli Usa le autorità vigilanti e di governo americane ed europee sembrano quasi immobilizzati da una sorta di stupore psichico. Il fallimento della Lehman Brothers per 635 miliardi di dollari, infatti, non è un fulmine a ciel sereno. Dall’agosto dello scorso anno la banca centrale europea e la Fed americana hanno immesso nel sistema creditizio e hanno continuato a farlo anche in questi giorni liquidità per centinaia e centinaia di miliardi di euro, e hanno salvato con l’intervento pubblico, l’americana Bear Stearns, l’inglese Northern Rock e le agenzie anch’esse americane Fannie Mae e Freddie Mac. Tutti, dunque, erano a conoscenza della crisi finanziaria con il suo effetto domino. Una crisi figlia del lassismo delle banche centrali e della spavalderia manigolda di alcune banche d’affari che con la leva finanziaria davano crediti a go-go gonfiando fatturati, dividendi, stock options e bonus trasferendo, poi, ai mercati finanziari, e quindi ai risparmiatori, i frutti velenosi di quel metodo scellerato. E così migliaia di persone si sono arricchite ma milioni di risparmiatori ci hanno rimesso la pelle. Una colpevole genuflessione all’industria del danaro che, grazie al suo intreccio con la grande informazione, è sembrata la nuova frontiera della ricchezza e del potere mentre invece svuotava di vitalità l’economia reale, quella cioè che produce beni, servizi e occupazione. Se nei primi tempi gli effetti della finanziarizzazione dell’economia per la loro novità potevano sfuggire ai tradizionali criteri di controllo, da 12 mesi a questa parte tutto era chiaro. In un anno abbiamo visto e sentito le raccomandazioni del Financial stability forum presieduto dal nostro Mario Draghi ma poi tutto è caduto nel vuoto. Salvataggi pubblici e immissione di liquidità nel sistema creditizio erano pannicelli caldi necessari, per la fase emergenziale ma inadeguati per offrire agli operatori e ai risparmiatori un orizzonte di nuove certezze. Da queste colonne abbiamo più volte sollecitato perché non venissero più collocati sul mercato retail, cioè ai piccoli risparmiatori, i mille nuovi prodotti finanziari a cominciare dai «credit derivatives» (quelli nati ad esempio dai mutui sub-prime) alle polizze index linked (scommesse sul rialzo o sulla riduzione dei prezzi di alcuni indici finanziari) e ai tantissimi altri che della virtualità e della leva finanziaria strutturata facevano lo strumento per «rapinare» ricchezza al lavoro, alla produzione e al risparmio. E invece il silenzio. Abbiamo sentito voci autorevoli invitare banche più esposte alla crisi a una rapida ricapitalizzazione, ma non abbiamo visto né dal governo americano né dall’Europa arrivare provvedimenti che favorissero fiscalmente, e in maniera significativa, la necessaria massiccia ricapitalizzazione. Insomma quello stupore psichico di cui abbiamo parlato in apertura e che ha lasciato il fatidico mercato esposto ai venti dei fallimenti a catena che consolidano le rapine di pochi a danno di molti. Ecco perché siamo indignati dinanzi a quanti oggi si stracciano le vesti mentre ieri applaudivano la crescente finanziarizzazione dell’economia scambiandola artatamente per modernità. Mai come ora vorremmo essere smentiti da chi potesse citare quali provvedimenti concreti le autorità di vigilanza ma più ancora i governi europei e americano abbiano adottato per arrestare strutturalmente il disastro che è sotto gli occhi di tutti. Nella stagione che viviamo la finanza è il nuovo grande Potere verso il quale spesso, troppo spesso, la politica è subalterna. È tempo allora di voltar pagina. Il nostro governo ha la forza politica per scuotere l’Europa e introdurre da subito nuovi strumenti per favorire fiscalmente la ricapitalizzazione delle banche e mettere la mordacchia all’industria del danaro per evitare più gravi disastri in un’economia come la nostra che balla sull’orlo di una recessione inflazionistica.
Geronimo