Finanziamenti ai teatri Una «rarità» milanese

Negli ultimi tre anni dal Comune quasi 4 milioni per la sola attività ordinaria

Ne hanno parlato per oltre sette ore. A confronto, economisti, direttori (amministrativi e artistici), giornalisti, sociologi. E appassionati, attentissimi ai «numeri» del teatro, che è anche il titolo che convegno svoltosi ieri a Palazzo Marino e organizzato dal Comune e dall'Università Bocconi.
Cosa dicono, quei numeri? Innanzitutto, che Milano ha saputo creare col tempo un sistema fondato su dati a doppia cifra. Ogni anno infatti prendono il via 37 stagioni di prosa, 16 di musica, 23 di teatro per l'infanzia e oltre 30 rassegne e festival. Cui si aggiunge una quantità variabile di attività occasionali, amatoriali e benefiche.
Centro pubblico del sistema è il Comune. Oltre alla sua partecipazione istituzionale nelle due istituzioni teatrali pubbliche - Scala e Piccolo Teatro - l'ente municipale sostiene, sul fronte della musica, 4 orchestre, 3 stagioni di concerti e 15 tra festival e rassegne; su quello teatrale, le stagioni sono 3 e le rassegne 24. Ma soprattutto, sostiene quello che è considerato un unicum italiano di cui andare fieri: il sistema di convenzioni con i teatri.
Le origini risalgono all'89, anno in cui furono stipulati i primi accordi su un finanziamento pubblico basato su quattro fattori: tasso di qualità artistica, tasso di qualità percepita, tasso di qualità dell'indotto sul territorio e, più di tutto, tasso di qualità gestionale (che da solo pesa per il 50% sulla valutazione). Le convenzioni sono cresciute di anno in anno fino al triennio 2003-2005, dove il numero dei teatri coinvolti (14 di cui 10 teatri di produzione e 4 compagnie) e la portata degli accordi ha lasciato emergere un vero sistema locale del teatro finanziato dall'amministrazione pubblica. Con queste cifre: 3 milioni 919mila euro per attività ordinaria, 841mila per attività straordinaria e 830mila per interventi di ristrutturazione delle sedi. Cui bisogna aggiungere gli oltre 4,3 milioni di euro assegnati al Piccolo Teatro e i 6,7 milioni alla Scala.
Quei numeri danno la sensazione di una solidità importante per affrontare un momento tutt'altro che felice nei rapporti tra soggetti pubblici e mondo dello spettacolo. Su questo punto, in chiusura di convegno si sono confrontate, coordinate da Zecchi, le voci di Antonio Calbi (direttore del Teatro Eliseo di Roma), del critico teatrale Renato Palazzi e del semiologo Ugo Volli. Voci contrastanti: Volli ha sostenuto che «il teatro non ha più funzione sociale, quindi non può pretendere finanziamenti pubblici, cioè della società», Calbi invece che «il teatro richiama pubblico, è ancora specchio della società quindi va sostenuto».\