Finanziaria, Dini e Di Pietro disertano il vertice

da Roma

Vertice domenicale sulla finanziaria, con sedie vuote. Doveva essere una riunione un po’ in sordina, per mettere al sicuro la manovra dalle imboscate che al Senato, dove la maggioranza ha numeri risicatissimi, sono sempre possibili. E invece è diventata una nuova ribalta per le divisioni del centrosinistra. Ad attirare l’attenzione è stata l’assenza dall’ala moderata, cioè dai rappresentanti di Italia dei Valori e dei Liberaldemocratici, subito notata e denunciata dalla sinistra radicale per bocca di Giovanni Russo Spena. «Sono molto arrabbiato. Non c’è Dini... Loro si tengono le mani libere e noi facciamo un lavoro certosino, giorno e notte. E poi in Aula arriva il Di Pietro di turno o un Dini per dire non ci piace». Quindi la finanziaria per i partiti della sinistra è diventata di nuovo l’occasione per sostenere che i rischi per Romano Prodi arrivano solo dai moderati.
E loro hanno smentito, ma solo a metà. Antonio Di Pietro ha confermato il sostegno al governo. «Un equivoco di fondo - ha assicurato - la riunione era tra i membri della commissione Bilancio e come noto Italia dei Valori non ha senatori in quella commissione». Anche i diniani non hanno rappresentanti nella commissione Bilancio di Palazzo Madama. Ma per loro la scelta è stata volontaria. L’assenza è «voluta, una scelta politica», ha spiegato Natale D’Amico che ha confermato la strategia delle «mani libere» dei Libdem. «Giudicheremo ogni cosa nel merito. E preferiamo dare questo giudizio nelle aule parlamentari e non in riunioni riservate».
La prudenza di Di Pietro è dettata dalla vicenda del voto per lo scioglimento della società per il ponte sullo stretto. Che comunque non faceva parte degli argomenti all’ordine del giorno, come ha sottolineato il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi. Mentre i diniani hanno per il momento tutto l’interesse a marcare le distanze dalla maggioranza.
Anche perché, nonostante le rassicurazioni dei vertici di Rifondazione comunista, comunisti italiani e verdi, il governo deve ancora risolvere diverse grane che vengono da sinistra. C’è il bonus per gli incapienti raddoppiato da un emendamento del senatore ex Pdci Fernando Rossi, che adesso minaccia di non votare se dai 300 euro si tornerà ai 150. E, sul fronte opposto, i diniani che non appoggeranno la maggioranza se sarà confermata la tendenza di «accrescere questa o quella spesa, quando invece è necessario un maggior rigore finanziario».
Posizioni divergenti anche su altri capitoli, in primo luogo il lavoro. Proprio ieri i partiti della sinistra hanno chiesto siano assunti tutti i precari delle amministrazioni pubbliche. Anche se, ha riconosciuto la capogruppo di Verdi-Pdci al senato Manuela Palermi, «quanti siano non lo sa neanche il governo».