Finanziaria, Prodi costretto alla retromarcia

«Siamo partiti con più handicap della Fiorentina»

Roberto Scafuri

da Roma

Meno male che bisognava «evitare l’assalto alla diligenza», come aveva detto il premier non più di una settimana fa. Sarà perché in giro c’è una gran quantità di «malintenzionati», ed è più sicuro confondere le carte in tavola, fatto sta che oggi è persino difficile capire che cosa contenga la carovana della Finanziaria. Tanto che esperti ministeriali e politici avveduti sono certi che «al Senato ci vorrà la fiducia». Si proverà ad approvare lo scatolone confezionato: che cosa ci sta dentro lo si saprà strada facendo. Nel frattempo è cambiato il quantum - da 33,4 miliardi a 34,7 - e Rifondazione è caduta dalle nuvole. La necessità di apportare modifiche è stata candidamente ammessa da Prodi, Padoa-Schioppa, dai leader della maggioranza. Ciò che si salva è l’impianto, ripetono tutti: sostanzialmente, come dice il presidente della Camera Bertinotti, la lotta all’evasione fiscale (i cui effetti però Padoa-Schioppa rinvia ai prossimi anni) e la redistribuzione del reddito. «La sinistra si è distaccata dalla considerazione che la ricchezza e la proprietà siano un furto - argomenta Bertinotti -: tuttavia quando questa ricchezza c’è, è giusto che sia tassata e serve un regime fiscale equo».
Non è esattamente la prospettiva indicata da Prodi agli imprenditori bolognesi, cui il premier ha assicurato che «le dovute correzioni ci saranno, ma sempre tenendo fermi i tre obiettivi di sviluppo, risanamento ed equità». Nel momento in cui deve correggere il tiro, il Prof naturalmente spiega di «non cedere un passo» e «tirare dritto». «Quando ho resistenze - dice - non mi turbo assolutamente, perché il dovere di governare in questo momento non è il dovere di accontentare, è il dovere di dare un indirizzo al Paese». Agli imprenditori che gli hanno regalato una bici da corsa rossa fiammante con stemma Ferrari, chiarisce che «i benefici che arrivano alle imprese dal cuneo fiscale sono di 20-30 volte superiori ai danni che hanno dal Tfr». E promette, di fronte ai rischi che qualche azienda minore ne soffra, che «troveremo il rimedio, il modo per evitarlo. Ma il significato della misura è qualcosa che non può essere trascurato». Arrendevolezze che contrastano con il piglio decisionista del premier che rivendica «scelte precise» con le quali si è «giocato tutto», respinge le accuse di «statalismo» e difende l’entità di una Finanziaria «non minimalista».
In questo modo, le aperture prodiane alle modifiche finiscono per insospettire tanto gli alleati quanto gli oppositori, come il leader di An, Gianfranco Fini, che teme siano «di facciata e non vere». Anche perché un «tavolo dei volenterosi», costituito dai centristi di maggioranza e Cdl sotto l’egida del presidente del Senato Marini, si propone l’intento di concordare interventi di modifica alla Finanziaria e semina il panico tra le file dell’Unione. Il segretario rifondatore Giordano, premettendo che i nuovi numeri di Padoa-Schioppa «saranno da discutere, perché la Finanziaria sembra già molto onerosa», parla di modifiche che vadano verso le fasce più deboli (cita «i ticket sulle prestazioni del pronto soccorso, molto sgradevoli» e «l’abolizione dell’Ici sulle prime case»).
A preoccupare più di tutto resta però il «tavolo», che «sarebbe la fine dell’Unione» (lo ripetono Giordano, Diliberto, Migliore, Russo Spena, Monaco ecc.). Una «marmellata trasformista», avverte Pecoraro Scanio; un «pasticcio», lo definisce l’imbarazzato ulivista Franceschini. Anche i ds esprimono grandi perplessità. Fatto sta che i numeri del Senato sono quelli - «Prodi prenda atto che non li ha», ricorda Casini - e il ricorso alla fiducia la sola possibilità di cavarsela. «Ma i veri agguati si fanno alla Camera», preannuncia un sottosegretario avveduto. Lasciando a Prodi la sensazione che sarà pure vero, come ha detto, che «siamo partiti con più handicap della Fiorentina». Ma l’unico traguardo realistico non sarà il «centroclassifica», quanto una risicata salvezza all’ultima giornata.