Finanziaria, Prodi licenzia "Mister prezzi"

Il decreto sbarca al Senato: l’Unione prima temporeggia per avere i
numeri, poi si salva solo grazie ai voti dei senatori a vita Andreotti
e Colombo. Per scongiurare la fiducia la maggioranza ritira tutti gli
emendamenti,
compreso quello che istituiva l’autorità di controllo sui rincari

da Roma

Giulio Andreotti ed Emilio Colombo salvano ancora una volta il governo. Finisce 158 a 156 il voto a Palazzo Madama che boccia le pregiudiziali sul decreto legge agganciato alla legge finanziaria, e solo grazie al contributo dei senatori a vita. Ma la maggioranza scende a 157 quando si vota la richiesta di «sospensiva» del provvedimento, chiesta dalla Lega. Un senatore della maggioranza si sbaglia e pigia contemporaneamente due pulsanti, annullando il suo voto.
Il decreto che contiene metà manovra, quindi, può essere ammesso al dibattito dell’aula; accompagnato dagli emendamenti della sola opposizione: la maggioranza li ha ritirati tutti. Compreso quello che avrebbe dovuto introdurre «Mister Prezzi»: un’autorità che doveva - nelle intenzioni - controllare le dinamiche sui prezzi. Pierluigi Bersani, però, non sapeva della scelta della maggioranza al Senato, così - proprio mentre venivano ritirati gli emendamenti - il ministro per lo Sviluppo economico sosteneva: «Mister Prezzi non sarà Mandrake». Ed Anna Finocchiaro, capogruppo del centrosinistra al Senato, minaccia il ricorso al voto di fiducia se anche l’opposizione non ritira i propri emendamenti.
Le polemiche sul decreto, però, accompagnano il provvedimento dentro e fuori il Palazzo. «Oggi è successa una porcata», esclama Roberto Calderoli. «Non si può aspettare che si risolvano le beghe fra ministri per votare - aggiunge l’esponente leghista -. D’ora in avanti mi autosospendo da vicepresidente del Senato». Alla base dello sfogo di Calderoli la scelta della presidenza Marini di attendere Clemente Mastella per mettere al voto le richieste pregiudiziali e di sospensiva dell’opposizione.
Mentre ad alimentare quelle esterne al Palazzo ci pensa Standard and Poor’s. L’agenzia conferma il rating (fra i più bassi dell’area euro) all’Italia; ma ammonisce che le «prospettive di risanamento non appaiono buone». Al punto che S&P prevede che il deficit rimarrà su valori «prossimi al 3% fino al 2010 se il governo non ridurrà in modo più vigoroso la spesa pubblica».
Il decreto che ora passa all’esame di palazzo Madama,utilizza circa 8 miliardi del maggior gettito individuato nel corso dell’anno. E lo utilizza per introdurre un bonus una tantum da 150 euro per chi dichiara meno di 50mila euro ed ha moglie e figli a carico. Inizialmente, il bonus era riservato a tutti i componenti del nucleo familiare che aveva reddito al di sotto della no tax area.
In più, il decreto stabilisce la liquidazione della società Stretto di Messina: una scelta che comporterà la spesa di 300 milioni di euro di penali per gli appalti già sottoscritti; e contro il cui scioglimento si è espresso Antonio Di Pietro. È stato poi eliminato il prelievo sulle pensioni che avrebbe dovuto garantire prestiti per i pensionati.
Con un doppio voto, poi, è stata cancellata la norma che prevedeva un milione di stanziamenti per la creazione di un comitato (fatto da tre persone) per la promozione della Piazza finanziaria italiana. L’emendamento del governo è stato bocciato in commissione Bilancio del Senato. Ed i fondi sono stati utilizzati per aumentare le risorse a disposizione dei sordomuti ed invalidi civili.
Sette milioni saranno utilizzati per la cartellonistica stradale nel tratto Bagnara-Reggio Calabria.